Della storia di Tucidide volgarizzata libri otto.
- 3.14.1
« Però rispettando le speranze che i Greci pongono in voi, e questo Giove Olimpico, nel cui tempio ci troviamo a modo di supplichevoli, aiutateci divenendo alleati di Mi ti lene : nè abbandonate rioi che sebbene ci esponiamo al privato pericolo dei nostri corpi, siamo per arrecare utilità universale se riusciremo felicemente, e danno anche più universale, se, non udendoci voi , soccomberemo. Oprate adunque da uomini di quel credito in che vi teugono i Greci, e quali il timor nostro vi desidera ».
- 3.15.1
Tale fu il discorso de’Mitilenei; udito il quale ì Lacedemoni e gli alleati ne approvarono le proposizioni. Si fecero confederati i Lesbii, e obbligàronsi di assaltar l’Attica : e risoluti di ciò effettuare ordinarono agli alleati che eran presenti di trovarsi senza indugio coii due terzi di loro genti stili’ istmo, ove arrivati essi i primi allestivano sull’ istmo stesso gl’ ingegni per trasportar sovr’esso lé navi da Corinto nel mare che guarda Atene, e per dai4 l’assalto a un tempo stesso per mare e per terra. Eglino certamente davano con Ardore opera a ciò fare , ma gli altri alleati si adunavano lentamente ; mentre occupati nella ricolta delle grasce postergavano le faccende della milizia.
- 3.16.1
Accortisi gli Ateniesi che tali preparamenti erano causati dalla màla opinione di loro insufficienza, Vollero far conoscere che e’ non la diScorréailo dirittamente, ma che essi erano in istato, senza movere la flotta di Lesbo, di resistere facilmente anche ad un’armata che si avanzasse dal Peloponneso. Però armarono cento naivi, e le montaj rono da se stessi, tanto inquilini che cittadini, eccetto quei dell’ordine cavalleresco e i Pentacosioraedimni. Fatto vela e pervenuti alle coste dell’ istmo, mettevano in mostra le proprie forze, facendo anche scala nel Peloponneso ovunque paresse loro. Fu questo uno spettacolo di gran sorpresa per i Lacedemoni, che credettero però non vere le relazioni dei Lesbii : e poiché non erano ancora giunti gli altri alleati, e ricevevano avviso che le trenta navi ateniesi intorno al Peloponneso devastavano le campagne dei dintorni di' Sparta, ebbero la cosa per intrigata, e se ne tornarono a casa. Dipoi preparavano la flotta da mandarsi a Lesbo; ed intimavano ri partita mente alle città le navi sino al numero di quaranta, prepostovi ammiraglio Alcida, che dovea guidar quella spedizione. Gli Ateniesi poi, vista la loro ritirata, partirono anch' essi colle loro cento navi.
- 3.17.1
Nel tempo di questi fatti quando la flotta degli Ateniesi era in mare, ebbero essi navi daddovero in gran numero, belle del pari ed atte al servizio ; ma tante presso a poco, ed anco in maggior numero ne avevano al cominciar della guerra. Infatti cento guardavano l’Attica , PEubea e Salamina : altre cento incrociavano intorno al Peloponneso, senza quelle di Potidea e di altri luoghi : di sorte che in una sola estate erano tutte insieme dugento cinquanta : ciò che, unitamente alle spese di Potidea, diede principalmente fondo al denaro. Imperocché non solo aveva due dramme al giorno, una per sé l’altra pel fante, ciascuno dei soldati che guarnivano Potidea ( che in primo furono tremila nò meno furono quelli che rimasero sino al termine dell’assedio, essendo innanzi partiti i mille seicento con Formione), ma anche tutte le navi ricevevano il medesimo soldo. Così fu insensibilmente speso tanto denaro , e tal fu la moltitudine, a dir vero grandissima , delle navi armate.
- 3.18.1
Intanto che i Lacedemoni erano intorno l' istmo f ì Mitilenei da sé e con genti ausiliarie marciavano per terra contro Metimna, confidando che sarebbe resa per tradimento. Ma dato l'assalto alla città, là cosa non riusci come e’ si aspettavano, onde se ne andarono ad Antissa, a Pirra e ad Ereso ; ed assicurate le cose di queste città, e rafforzate le mura, sollecitamente tornarono a casa. Dopo la partita de? Mitilenei y anche i Metimni portarono le armi contro Antissa ; ma in una sortita , battuti gravemente dagli Antissei e da’ loro ausiliari, ne perirono molti, e il rimanente si ritirò frettolosamente. Gli Ateniesi udito che ebbero queste cose, e che i Mitilenei erano padroni della campagna , perchè i loro soldati non erano in forze da tenerli rinchiusi, vi spediscono all’entrata dell’autunno Pachete figliolo di Epicuro, alla testa di mille di grave armatura, tutti Ateniesi. Questi, facendo anche il servizio di rematori , giungono per mare a'Mitilene, e la cingono all'intorno di un semplice muro. Furono inoltre edificati battifolli in qualche luogo forte pel suo sito, cosicché Mitilene era gagliardamente stretta da ambe le parti di mare e di terra j e cominciava a farsi inverno.
- 3.19.1
Gli Ateniesi che avean bisogno di nuovo denaro per l’assedio, contribuirono del proprio, allora per la prima volta , la tassa di dugento talenti, e spedirono agli alleati dodici navi raccogliendo denaro con Lisicle capitano e quattro aggiunti. Andaudo egli in giro con le navi esigeva il contingente da’ diversi luoghi ; ma mentre da Miunte della Caria, traversando la pianura del Meandro, saliva fino al colle Sandio, assalito da’Carii e dagli Aneiti, vi resta ucciso con molti altri del suo esercito.
- 3.20.1
Nello stesso inverno i Plateesi , assediali tuttora da’ Peloponnesi e da’ Beozii, trovandosi afflitti per difetto di vettovaglia , senza speranza di soccorso da Atene, e senz’ altra via di salvezza, d’accordo con quegli Ateniesi die vi erano insieme assediati deliberarono in principio di uscir tutti, saltando, se possibil fosse , a viva fora il muro nemico : tentativo proposto loro da Teanete di Tolmida indovino di professione, e da Eupolpide di Daimaco, uno de’comandanti. La metà poi di essi, reputando grande quel pericolo, si si sconfortarono; ma circa dugentoventi perseverarono volenterosi nel disegno di uscire in questo modo. Si fecero scale Uguali in altezza ài muro de’ nemici : apprendendone la misura per le file de’ mattoni dove il muro di faccia a loro si trovava senza intonaco. Molti a un tempo Contavano le file, e benché alcuni certamente sbagliassero, la maggior parte colpiva tiel vero computo, tanto più che ne ripetevano anche molte fiate il contamento, e non erano molto distanti i anzi era il muro facile ad osservare per l’oggetto che si proponevano delle scale, di cui presero la misura corrispondente conghietttiràndola dalla gfossezzà del mattone.
- 3.21.1
Ed ecco la struttura della fortificazione fatta dai Peloponnesi. Essa aveva due cerchi di muro : l’uno guardava i Plateesi, l’altro era per opporsi al di fuori se mai alcuno da Atene venisse ad attaccarli : questi due cerchi poi erano distanti fra loro circa sedici piedi. Neirintervallò dei sedici piedi erano ripartitamentc costruite per le sentinelle delle casematte , contigue l'una alPaltra in modo da parere un muro tutto sodo avente merli sulle due facce. Ad ogni dieci merli eranvi grandi torri , eguali di larghezza alla muraglia, ed arrivavano ognuna alla faccia sì internai che esterna di lei ; talché lungo le torri non rimaneva davanzale, ma si traversava passando pel mezzo di esse. Le notti, se faceva temporale umido, abbandonavano i merli, e facevano guardia dalle torri fra loro a piccola distanza, e coperte di sopra. Tale era la fortificazione onde erano cinti attorno i Plateesi.
- 3.22.1
I quali ordinato che ebbero il tutto, colta l’opportunità d una notte burrascosa per pioggia e vento, ed anche senza luna , uscirono condotti da quei medesimi che avevano proposto l’impresa. E primieramente valicarono la fossa interna che li circondava ; poi vennero sotto il muro de’ nemici di soppiatto alle sentinelle , le quali attesa l’oscurità non gli avevano scorti, nè sentiti al rumore che mettevano nell’avanzarsi, tra perchè soffiava di rintoppo il vento, e perchè camminavano molto discosto l’uno dall’altro, affinchè le armi urtandosi insieme non ne dessero sentore. Erano inoltre spediti e leggeri di armatura , e per assicurarsi contro il fango calzati solo del piè sinistro. A riscontro adunque degli spazi ond’erano tra loro distanti le torri, si accostarono sotto a5 merli (che e’ sapevano essere senza guardie) primieramente i portatori delle scale e ve le appoggiarono : indi salivano dodici soldati leggeri, armati solo di lorica e pugnale , preceduti da Ammea figliolo di Corebo, che primo sali : quei che venivano dopo lui montavano sei ad una, sei all’altra delle due torri. Appresso questi seguivano altri di leggera armatura con lancluole; ai quali, acciocché potessero più agevolmente salire, altri dietro portavano gli scudi che dovevano dar loro quando e’ fossero a fronte co’ nemici. Saliti che furono la maggior parte , le sentinelle delle torri se ne accorsero, perchè uno de' Plateesi nelFattenersi ad una tegola la buttò giù dai merli, la quale caduta fece del rumore. Furono tosto alzate le grida dalle sentinelle, ed i nemici corsero alla volta del muro, non sapendo che inai ciò fosse, stante la notte buia ed il temporale. Nel tempo stesso i Plateesi ch’eran rimasti in città fecero una sortita, ed investirono il muro de’ Peloponnesi dal lato contrario a quello ove le loro genti davano la scalata , affine! i è i nemici avessero mente ad esse il meu possibile. Grande era il trambusto de’ nemici, ina stavano tutti al suo posto, nissuno avendo coraggio di lasciare la sua guardia ; nè sapevano conghietturare chè ciò si fosse. La loro truppa di trecento, destinata ad accorrere ove facesse bisogno, marciava dalla parte esterna del muro al luogo ove udivansi le grida. Intanto si alzavano inverso Tebe le fiaccole nuuziatrici del nemico, e dal canto loro i Plateesi di citth ne alzavano di sulle mura molte preparate innanzi appunto con questo intendimento, chè i segnali de’fuochi fossero incerti per i nemici; sicché stimando essere la cosa tutt’altro da quellò che ella era, non venissero in soccorso prima che la loro gente uscita di città scampasse, e si conducesse a qualche luogo di salvezza.
- 3.23.1
In questo mezzo i Plateesi che erano neiratto di scalare il muro, quando i primi di loro vi furono già saliti , e trucidate le guardie si furono fatti padroni delle due torri, di piè fermo guardavano i passi delle torri stesse, acciò niuno potesse, traversandole, recar soccorso. E di sul muro avendo appoggiate scale alle torri, e fattavi salire molta gente, alcuni dall’alto e dal basso delle torri occupate tenevano coi colpi di frecce indietro chi venisse in aiuto : altri (e questi erano i più) appoggiate ad un tempo molte scale atterravano i merli, e passando di mezzo alle torri traversavano il muro : e di mano in mano chi trapassava ferma vasi sull’orlo della fossa, e di lì lanciavano saette e strali contro chiunque lungo il muro accorresse per impedire il tragitto. Quando poi furono tutti passati, quelli che eran montati sulle due torri rimasti essendo gli ultimi a gran pena scendevano, e si avviavano alla fossa. In questo , la truppa de' trecento si scaglia con torce accese sovr'essi : ciò non pertanto i Plateesi che stavano fermi sull’orlo della fossa, trovandosi nell’oscurità meglio vedevano, e sbagliavano strali e frecce contro le parti inermi dei nemici, dai quali, a cagione delle fiaccole, con più difficoltà potevano essere osservati, appunto perché stavano dalla parte del buio : cosicché anche gli ultimi de' Plateesi furono in tempo a varcare la fossa ma con gran pena e fatica; avvegnaché in essa si fosse rappreso un glriaccio non sodo da passarvi sopra, ma più presto acquidoso come suol essere a vento sussolano e non tramontana. Inoltre la notte al soffiar di quel vento essendo caduto un nevischio, vi aveva resa l'acqua copiosa, talché appena colla testa fuori poterono passare. Nondimeno, la grandezza di quel temporale facilitò loro lo scampo.
- 3.24.1
I Plateesi ristretti insieme mossero dalla fossa, marciando per la via che mena a Tebe , avendo a destra il tempietto di Androcrate ; sì perchè reputavano che a nessuno sarebbe caduto nell’animo che e’ si voltassero per questa strada che menava a’ nemici, si ancora perchè vedevano che i Peloponnesi gl' inseguivano con fiaccole verso il Gterone ed i CapidiQuercia, per la via che mena ad Atene. Proseguirono i Plateesi per sei o sette stadii il cammino verso Tebe: ma poi voltatisi andarono ad Eritrea e Isia per la strada che porta al monte : e guadagnati i monti si condussero a salvamento in Atene dugento dodici soli del gran numero ; imperocché alcuni di loro tornarono in città prima di scalare il muro, ed un arciere fu preso nella fossa esterna. I Peloponnesi poi si tennero dall’ inseguirli e si rimisero al loro posto ; ed i Plateesi restati in città, che nulla sapevano dell’accaduto, ebbero dai tornati indietro la nuova che non era sopravvissuto nissuno : però appena giorno spedirono un araldo a far tregua per riavere i cadaveri ; ma informati poi del vero non si mossero. Così trovaron salvezza quei prodi Plateesi che superarono le fortificazioni.
- 3.25.1
Sul cader dello stesso inverno Saleto lacedemone è spedito da Sparta a Mitilene con una trireme. Approdato egli a Pirra , di là a piedi, per un borro che menava dentro alle fortificazioni nemiche, entra inosservato in Mitilene; dichiara ai magistrati si assalterebbe TAttica, ed arriverebbero ad un' ora le quaranta navi destinate a loro soccorso : essere egli spedito innanzi a questo fine, ed insieme per provvedere a tutto il resto. Il perchè inanimiti i Mitilenei meno inchinavano ad accordare con gli Ateniesi, Cosi finiva questo inverno, e il quarto anno della guerra descritta da Tucidide.
- 3.26.1
Nella seguente estate i Peloponnesi quando ebbero spedito a Mitilene, sotto il comando del loro ammiraglio Alcida, le quarantadue navi imposte agli alleati, entrarono da sè co1 confederati nell’Attica, acciocché gli Ateuiesi, inquietati da ambe le parti, avesser meno possibilità di tener dietro alle navi che andavano a Mitilene. Guidava questa spedizione (a nome di Pausania figlio di Plistoanatte, che era il re, ma ancora nella minore eia) Cleomene suo zio. Devastarono nell’Attica non solo quel che era stato prima mal concio, ma anche i germogli della campagna, e tutto ciò che era stato tralasciato nelle precedenti invasioni: laonde questa fu per gli Ateniesi, dopo la seconda, la più perniciosa invasione. Imperoochè i Peloponnesi ohe vi si trattenevano , aspettandosi sempre di udire da Lesbo qualche impresa della flotta ohe già vi credevano arrivata, faoevano scorrerie guastando buona parte delle loro terre, Ma non avvenendo nulla di quel che credevano , e fallita la vettovaglia, si ritirarono e tornarono separatamente ognuno alla propria città.
- 3.27.1
Frattanto i Mitilenei vedendo che non giungevano a loro le navi dal Peloponneso, le quali anzi indugiavano , e mancando di vettovaglia, si trovan costretti a comporsi con gli Ateniesi per le seguenti ragioni. Saleto, che nè anchVsso aspettava più le navi, fornisoe di armi il popolo per lo innanzi inerme, coll’ intendimento di fare una sortita contro gli Ateniesi. Ma i popolani ricevute appena le armi non più obbedivano ai comandanti, e riutiendosi ili brigate ordinavano a’ magnati, o producessero il frumento e distribuisserlo a tutti, od essi converrebbero con gli Ateniesi di render la città.
- 3.28.1
Quelli che erano al maneggio del governo vedendosi mal atti a contenerli, ed in pericolo se restassero esclusi dalla capitolazione, ristrettisi insieme, fanno accordo con Pachete e col suo esercito, a patto che gli Ateniesi potessero, come più loro piacesse, risolvere intorno ai Mitilenei : che questi gli ammetterebbero in città, e spedirebbero ad Atene ambasceria per trattar dei propri affari ; e che fino al ritorno dell’ambasceria Pachete non dovesse nè incarcerare, nè fare schiavo, nè uccidere veruno dei Mitilenei. Tale fu questa convenzione. Ma quei Mitilenei che più manifestamente si erano intromessi coi Lacedemoni, impauriti oltre misura, all’entrar dell’esercito non patirono di rimanersi ; anzi, nonostante la capitolazione , si assidono presso gli altari. Pachete però fatj tili alzare colla promessa di non far loro alcun male, li deposita in Tenedo fino alla risoluzione degli Ateniesi. Spedi delle triremi anche ad Antissa e se ne impadronì ; ed acconciò del rimanente l’esercito in quella guisa che gli sembrò più opportuna.
- 3.29.1
Ma i Peloponnesi colle quaranta navi, che dovevano arrivare prontamente , si intertennero volteggiando attorno al Peloponneso, e si condussero nel restante del corso con tanta lentezza che in Atene non se ne ebbe novella fino a tanto che non approdarono a Deio. Di là poi giunsero ad Icaro e a Micono, ove per la prima volta udirono della presa di Mitilene : e volendo chiarirsene, presero terra ad Embato dell’Eritrea. Erano intorno di sette giorni che Mitilene era stata presa, quando arrivarono ad Embato : laonde ragguagliati di ciò chiaramente deliberavano sul presente stato delle cose, e Teutiaplo di Elea parlò ad essi così :
- 3.30.1
« O Alenda, e quanti de’Peloponnesi siete qui coa meco al comando dell’armata, mio parere si è di navigar subito sopra a Mitilene pria che nulla si sappia del come ci troviamo. Presa dagli Ateniesi non ha guari la terra , li troveremo, come pare , in gran trascuranza della difesa, e più che altro dalla parte del mare, donde essi non temono che possa sopravvenire alcun nemico, e dove consiste principalmente la nostra forza. Inoltre il loro esercito di terra vuoisi credere, perchè vincitore, sparso spensieratamente per le case. Se dunque di notte, e all5 improvviso daremo l’assalto, spero col favor di quei di dentro, se pur vi resta chi sia per noi, poterci venir fatto di insignorirci di tutto. Però non ita che il cuor non ci basti d’affrontare il pericolo, considerando non esservi in guerra , per procacciare straordinarie imprese , al tro caso che questo ; nel quale se un capitano guardi di non trovarsi; ed all’opposto, vedendovi il nemico, lo assalga, dovrà nella più parte delle azioni a lieto fíne riuscire ».
- 3.31.1
Con tutto che egli avesse sì caldamente parlato e’ non piegò Alcida : ed alcuni altri fuorusciti dell’ Ionia, e quei dei Lesbii che formavano parte della flotta, lo confortavano (dappoiché ei temeva dell’accennato pericolo) ad occupare o qualche città dell’Ionia , o Cuma dell’Eolide ; per avere una terra donde muoversi a ribellare l’Ionia agli Ateniesi. Affermavano ciò potersi sperare , perchè vi arriverebbero col gradimento di tutti : che se e’ privassero gli Ateniesi di questo ramo di entrata che era per loro il più grande, e se vi tenessero stabilmente guarnigione ad osservarli, ne ricaverebbero per sè le spese necessarie. Aggiugnevano poi che pensavano di potere indurre anche Pissutne ad unire con loro le sue armi. Ma Alcida non aderì pure a queste proposte : anzi non essendo stato a tempo a giungere a Mitilene, volgeva sopratlutto il pensiero a riprendere terra f al più presto possibile, nel Peloponneso.
- 3.32.1
Pertanto fatto Tela da Embato, rasentava la spiaggia ; e fermatosi a Mionneso de’ Teii scannò la maggior parte de' prigionieri presi durante la navigazione. Approdato che fu ad Efeso gli si fecero incontro i legati dei Samii di Anea, protestando non esser quello onesto modo di liberare la Grecia, mentre egli uccideva gente non contrastante , nè a lui nemica, ma di necessità legata con gli Ateniesi : se non ristesse di ciò fare pochi nemici attrarrebbe nella sua amicizia, e moltissimi degli amici li arebbe nemici. Queste ragioni mossero Alcida, il quale rilasciò tutti quei prigionieri che aveva di Chio , ed altri presi altrove ; essendoché la gente al veder la sua flotta non fuggiva, ma piuttosto le andava incontro credendola ateniese. Infatti non si aveva pure il menomo sospetto che mentre gli Ateniesi erano padroni del mare , navi peloponnesie si attentassero mai di tragittare nell’ Ionia.
- 3.33.1
Ma Alcida , fino da quando stava sull’ ancora a Claro , essendo stato osservato dalle due navi Paralo e Salaminia che casualmente venivano d’Atene, partì frettolosamente da Efeso , e si diede a fuggire. E temendo di essere inseguito, navigava in alto mare, determinato di non approdare , in quanto per lui stesse , altrove che nel Peloponneso. Erano intanto venuti avvisi dall' Eritrea a Pachete ed agli Ateniesi, e continuamente ne venivano da ogni parte , per cui udivasi esservi gran timore (trovandosi sguernita la Ionia) che i Peloponnesi, correndo le costiere non togliessero ad assaltare le città per farvi saccheggio , quantunque e’ non intendessero di fermarvisi. La Paralo istessa e la Salaminia avendo veduto le navi nemiche a Claro, di per sè stesse riferironlo a Pachete j ed ei tenne loro dietro con gran sollecitudine , e le perseguitò fino all' isola di Latmo. Ma come vide di non le poter più raggiungere, tornò in dietro ; attribuendo a proprio vantaggio il non averle incontrate in alto, o sorprese in verun luogo, dappoiché non erano elleno state costrette a fermarsi , nè avevano ridotto gli Ateniesi alla necessità di mettersi in istato di difesa insieme e di offesa.
- 3.34.1
Nel suo ritornò poi radendo la costa andò a porre in Nozio de’Colofonii, ove si erano condotti ad abitare i Colofonii, perchè da Itamane e dai barbari introdotti per una fazione , era stata occupata la cittadella, verso quel tempo che avvenne la seconda invasione dei Peloponnesi nell’Attica. Insorta pertanto nuova dissensione in Nozio fra quelli che ci si erano rifugiati e gli altri stanziati di prima, questi chiesero a Pissutne delle genti ausiliarie di Arcadi e di barbari cui ritenevano dentro il riparo che separava le due fazioni, ove quei Colofonii della cittadella già partigiani de’ Medi entrarono con loro, ed avevano il maneggio della cosa pubblica. Gli altri all’opposto che si erano sottratti a cotesta fazione , trovandosi banditi, invitano Pachete. Ed egli chiamò a colloquio Ippia comandante degli Arcadi che stavano dentro al riparo, protestando lo rimetterebbe sano e salvo dentro al muro, ove non gli aggradissero le sue proposizioni. Usci Ippia a trovar Pachete, ma egli lo tenne prigione, senza per altro gravarlo di ferri : ed improvvisamente dato l’assalto al muro, mentre quei di dentro stavano senza sospetto alcuno, lo espugna; ed uccide gli Arcadi e quanti barbari vi erano. Dipoi, conforme alla fede data , vi ricondusse Ippia , cui appena entrato fa arrestare ed uccidere a furia di dardi, e consegna Nozio ai Colofonii, eccetto quelli che erano stati dalla parte dei Medi. In seguito gli Ateniesi vi spedirono de' caporani per istabilire in Nozio colonia che si reggesse secondo le loro leggi, e costrinsero tutti i Colofonii, in qualunque città si trovassero, a ritornarvi.
- 3.35.1
Ma Pachete giunto a Mitilene forzò a rendersi Pura ed Ereso. Indi arrestato Saleto lacedemone che stava nascosto in città, lo spedisce ad Atene con quei Mitilenei che aveva depositati a Tenedo, e con qualunque altro gli pareva complice della ribellione. Rimanda pure il maggior numero dell’esercito, e dimorando egli col rimanente acconciava lo stato di Mitilene e di tutta Lesbo in quel modo che più gli pareva.
- 3.36.1
Gli Ateniesi, arrivati che furono questi prigioni con Saleto , uccisero lui immediatamente, sebbene e’ facesse delle esibizioni ; e tra le altre : che rimuoverebbe i Peloponnesi da Platea tuttora assediata. Su gli altri stavan deliberando ; ma nel caldo dell9 ira risolvettero di uccidere non solo quei che erano presenti, ma tutti quanti i Mitilenei giunti alla pubertà ; e di fare schiavi i fanciulli e le donne ; incaricandoli di tutte le altre circostanze della ribellione , benché non fossero , come gli altri alleati, gravati di servitù: nè moveva poco lo sdegno degli Ateniesi il riflettere che le navi peloponnesie per sostenerli avevano osato di tentare arditamente l’impresa dell’ Ionia. Insomma e’ non credevano in verun modo tal ribellione fatta con leggero consiglio. Laonde spediscono una trireme a Pachete significandogli le prese risoluzioni, e ordinandogli di tosto trucidare i Mitilenei. Ma il giorno appresso tosto se ne pentirono non poco ; e mutato consiglio discorrevano che non era senza nota di crudeltà e mostruosità quel decreto, per cui dannavasi all’estermiuio un’intera nazione più presto che i soli colpevoli. Di che fatti accorti i legati de' Mitilenei che eran presenti, e quegli Ateniesi che si adoperavan per loro, procurarono di indurre i magistrati a riproporre il partito. Ben di leggieri ve li indussero, atteso che non era ad essi nascosto che il più dei cittadini bramavano che da qualcuno fosse la cosa posta nuovamente in considerazione. E convocata subito radunanza, ciascuno disse il suo parere : ma Cleone figliolo di Cleeneto, la cui sentenza di uccidere i Mitilenei avea vinto il giorno innanzi, cittadino del rimanente il più violento, ed allora reputato presso al popolo dicitore di gran lunga il più. valente, fattosi per la seconda volta innanzi parlò cosi :
- 3.37.1
« Non esser buono a tenere impero su gli altri lo stato popolare bene altre fiate l’ho io conosciuto; ma non mai come in questo vostro cambiamento d’animo riguardo ai Mitilenei. Nè già io mi maraviglio , attesoché la sicurezza e lealtà con cui usate giornalmente fra voi, ingenera nel vostro animo i medesimi sentimenti in ciò che spetta agli alleati. E quantunque volte o andiate errati perchè sedotti dai loro discorsi, o per compassione rimettiate un punto del vostro rigore ; voi non avvisate di rilasciarvi con vostro pericolo, senza obbligarvi gli alleati : nè considerate che il vostro impero è tirannico, e sovra genti che vi tramano insidie, e che stanno a lor dispetto soggette ; genti che vi obbediscono non pei buoni uffizi che a danno vostro facciate loro , o per benevolenza di animo, ma più presto perchè gli avanzate in potere. Soprattutto però stupisco che nulla debba restar fermo di ciò che è stato risoluto, e che non vogliamo intendere, pin valere una città con leggi peggiori ma invariabili, di una che buone le abbia ma senza vigore ; più giovare l’imperizia unita alla moderanza, che una sfrenata accortezza ; e meglio d’ordinario governare le città i più idioti fra gli uomini a comparazione dei più scienziati. Questi vogliono comparire più sapienti delle leggi e prevalere sulle deliberazioni prese di mano in mano nelle comuni adunanze, quasi che fossero per mancar loro occasioni più importanti da far mostra di loro ingegno ; e cosi per lo più rovinano le repubbliche : gli altri all’ incontro, diffidando dalla propria avvedutezza, si pregiano d’esser men dotti delle leggi, e inabili a vituperare chi abbia dirittamente parlato : però operando da giudici di equità, e non da nyali, dirizzano frequenti volte le cose a buon termine. Dobbiamo adunque anche noi oratori adoperar così; e senza gonfiarci per bravura di eloquenza, o per gara di accorgimento, guardarci dal dare al popolo consigli che non approviamo noi stessi.
- 3.38.1
« Io pertanto sono sempre della medesima sentenza , e mi maraviglio di chi rimette in quistione l’affare dei Mitilenei e vi procura indugi, i quali sono piuttosto a vantaggio dell’ ingiuriatole ; dappoiché in questo modo l’offeso perseguita l’offensore con men caldo sdegno ; dove la vendetta quanto più segue dappresso l’ingiuria, movendo da impeto eguale, ne prende in riscatto il più severo castigo. Mi maraviglio inoltre di chiunque sarà per contradirmi , e pretenderà di dichiarare essere di nostra utilità i torti fattici dai Mitilenei, e ridondare a danno degli alleati i nostri vantaggi : bene è chiaro che costui, o affidato alle sue parole , vorrà ingegnarsi di mostrare ad onta mia che una formale risoluzione non è uu decreto, o incitato da guadagno si sforzerà di sedurvi colla speziosità di elaborato discorso. Intanto la Repubblica con questi politici certami dà la palma ad altri, e viene ella stessa in pericolò. Ma la colpa è di voi che guastate di tali gare la forma ; voi che solete sedervi spettatori delle parole e uditori dei falli ; voi che le cose avvenire risguardate come possibili ad accadere per i discorsi de’ bei dicitori ; e quanto alle passate , più fidanza ponete non in ciò che vedesle co’ propri occhi vostri, ma in ciò che udiste per la bocca di coloro che di buon garbo vi rampognano. Bravissimi a lasciarvi gabbare dalla novità d’un discorso, non a seguir quello che sia universalmente ricevuto ; schiavi sempre dello straordinario, e disprezzatori del consueto ; smaniosi ognuno d’esser tenuto valente parlatore, se non a segno di gareggiar con chi lo sia, almeno, per non parer d’andar dietro al sentimento d un altro, anticipar la lodo a chi sia per dire qualche cosa di ingegnoso ; prontissimi a indovinare la mente di chi parla, ma tardi a prevedere le conseguenze ; gente che cercate uno stato di cose opposto, per cqsì dire, a quello in che viviamo; discernitori mal atti del presente; insomma, schiavi del diletico dell’orecchio ; sembianti a chi segga spettatore di garruli maestruzzi, più presto che a chi deliberi intorno alla salute della patria.
- 3.39.1
« Da' quali trasandamenti sollecito io di distorvi, protestò essere i Mitilenei rei verso di noi del più atroce misfatto che una sola città commetter possa. C011-ciossiachè io so perdonare a popoli che non potendo patire il vostro impero , o necessitati da’ nemici hanno (atto ribellione: ma gente che padroni di un’isola aiforzata di mura , pei quali non era da temere de’ nemici nostri, salvo che dalla parte del mare, per dove erano ben riparati con l’apparecchio di triremi ; gente che, lasciata nella libertà delle proprie leggi, e da nqi avuta nel primo grado di onoranza, è giunta a tale eccesso, che altro ha ella fatto se non macchinar contro di noi, ed insorgerci contro piuttosto che ribellarsi (perocché la ribellione è propria dei popoli angariati ), e cercar la nostra rovina mettendosi dalla parte de’ nostri capitali nemici ? Cosa invero più stupenda di quello che se, avendo forze bastevoli, ci avessero da sé soli mosso contro le armi. Non hanno servito a loro esempio iiè le sciagure di tutti gli altri popoli , che ribellatisi da noi furono ben sottomessi ; nè la presente loro felicità bastò a svogliarli sì chs e’ non giugnessero a tanta scelleratezza : ma fatti ardici rispetto all’avvenire, e sperate cose maggiori di lor potere e minori dei loro appetiti, hanno intrapreso la guerra, gloriandosi d’aver preposto al dritto la forza, Però, dappoiché parve loro thè potremmo esser vinti, ci assalirono, sento che gli avessimo in nulla ingiuriali. Tanto è vero che un’ impensata prosperità suol condurre all’ insolenza quelle città su cui ella cada improvvisa ; laddove d’ordinario le felicità che avvengono secondò l’umano discorso sono più stabili delle straordinarie per gli uomini, i quali sanno meglio , per così dire , respingere le disgrazie che conservar la fortuna. Egli faceà certamente di mestieri che anche di prima i Mitilenei non fossero avuti da iioi in maggiore onore che gli altri : cosi e’ non sarebbono giunti a tanto di artoganza ; stante che l' uomo è naturalmente prono per l’ordinario a dispregiar dii l’osserva , e riverir chi tiene il suo grado. Sieno adunque ora purliti condegnamente al loro delitto , nè vogliate attribuir la colpa ai soli fautori dell’oligarchia ed assolvete la plebe ; perocché tutti ci hanno del pari assalito , giacché potevano Ora esser rimessi in fcittà se a noi avessero ricorso, dove stimando più sicuro partito il rischiar co’ pochi, si unirono alla ribellione. Or ponete mente : se imporrete la medesima pena tanto a quei che si ribellino forzati dai nemici, quanto agli altri che ciò facciano di suo capriccio ; chi pensate voi non doversi ribellare col più leggero pretesto, ove riuscendo al suo fine consegua la libertà, e non riuscendo, nulla soffra di strano ? Anzi noi per ciascuna città dotrem mettere a repentaglio le sostanze e le vite nostre : e vincendo, ne avremo una città manomessa, sarem privi dell’entrate, che in seguito ci sarebbono pervenute, e per1 le quali siamo potenti ; e perdendo, aggiugneremo ai presenti nuovi nemici. Così qtìel tempo che ci bisogna per ributtare gli avversari di adesso, dovremo spenderlo nel guerreggiare i nostri alleati.
- 3.40.1
« Non si vuol dunque dar nuovo appicco ai Mitilenei che, o col l’eloquenza a cui si affidano , o mediante »1 denaro, possano conseguir perdono, quasi che abbiano umanamente fallito ; perocché non ci hanno offesi involontariamente , ma ad occhi aperti hanno ordite contro noi le loro trame. Or merita sol perdonanza l’involontario fallire : però, siccome già la prima volta, sostengo anche adesso a spada tratta non dover voi mutar d’animo sulle deliberazioni già prese , nè andare errati per tre cose perniciosissime all’imperio, compassione, allettamento di parole , lenità. La compassione vuole usarsi verso chi ti rassomigli col renderla, non verso chi si sia messo nella necessità d’ esserti eternamente nemico : quanto all’ allettamento delle parole, avranno i bei dicitori altre occasioni non men belle da sperimentarvisi, e non questa , ove la città per picciol diletto avrebbe a patir grave danno, ed essi trovarsi bene dei loro discorsi. Lenità, in ultimo, vuole aversi con quelli che aH’avvenire sieno per esserti benevoli, non con quelli che vorranno esser sempre gli stessi, nè punto rallenteranno di loro nimistà. Però recando in una le molte parole , dico che seguendo il mio consiglio, adoprerete giustamente coi Mitilenei ed utilmente per voi ; operando altramente, non vi amicherete costoro, ma condannerete voi stessi. Essendo che, se a dritto ribellaronsi, voi gli avrete dominati ingiustamente : se poi, quantunque ingiustamente, pretendete di dominarli, forza è pure che puniate costoro anche contro ogni dritto, perchè l’utilità vostra il richiede ; o che rinunziate all’impero e meniate, immuni cosi dai pericoli, la vita del galantuomo. Vi muova pertanto l' onor vostro a render loro il contraccambio, per non sembrare (dappoiché avete scampato il pericolo) meno sensitivi di essi che ci insidiarono, pensando del modo onde arebbono trattato noi se vincevano, tanto più che siamo stati preoccupati dalle Toro ingiurie. Or coloro che senza giusto motivo oltraggiano altrui , vi insistono sino all’ultimo di lui eccidio, riguardando al pericolo che loro si prepira da un nemico superstite: infatti, chi non ha messo altrui nella necessità di offender^ lo, se egli scampa , diviene contro l’offensore nemico più feroce di chi abbia eguali titoli di nimicizia. Non vogliate adunque tradir voi stessi ; ma portandovi cól pensiero più dappresso che sia possibile al momento dell’oltraggio , e considerando che avreste tolto innanzi tutto di soggiogarli , rendete ora ad essi la pariglia senza punto ammollirvi del loro stato presente ; nè dimenticate la sciagura clientestè pendea su i capi vostri Puniteli siccome meritano ; ponete a chiaro esempio dpgli altri alleati, che chiunque si ribelli sarà punito di morte. Se ciò essi intendano, voi vi troverete men di frequente nel caso di trascurare i nemici, per combattere gli stessi vostri alleati ».
- 3.41.1
Così parlò Cleone : ma dopo lui Diodoto figliolo di Eucrate, che anche nella precedente adunanza aveva con maggior calore degli altri contradetto al decreto di uccidere i Mitilenei, fattosi pure allora avanti tenne questo discorso.
- 3.42.1
« Non io qua vengo per accusar quelli che hanno proposto di nuovamente deliberare intorno ai Mitilenei, nè per lodar quelli i quali biasimano che più volte si discuta intorno ad oggetti rilevantissimi : ma stimo che due cose sieno contrarissime ad un retto giudizio, la prestezza e la collera. Quella suol andar di pari colla stoltezza ; questa con immoderata loquacità e pochezza di riflessione : e chiunque contende non essere i discorsi gli insegnatori degli affari, o delira o vi ha qualche suo privato interesse. Delira, se crede esser possibile in altro modo che colle parole diciferare l’avvenire e ciò che è oscuro : vi ha interesse , se volendo persuadere qualche cosa di turpe , crede di non poter parlare bellamente su ciò che onesto non è, ma bensì di atterrire con bei rabbuffi chi sia per contrariarlo , e l’udienza intera. Coloro poi che per ostentare la propria eloquenza accusano anche di vii guadagno chi monta la ringhiera, sono i più perniciosi ed i più tristi i essendoché, se accusassero solo di incapacità, l’accusato, non prevalendo, partirebbe notato di poca accortezza, piuttosto che di malignità : ma aggiungendòvisi la taccia di nequitoso, se riesce a persuadere, resta sempre sospetto; se non riesce, se ne va colla nota di dappocaggine e di malvagità. La Repubblica intanto nulla profitta in mezzo ai maneggi di costoro, per timore dei quali resta elisi priva di utili consiglieri \ dove se avesse tali cittadini sforniti di eloquenza, dirizzerebbe a buon fine la maggior parte degli affari, avvegnaché il popolo ben di rado sarebbe indotto in errore. Or siccome deve un buon cittadino, non coll’ intimorire chi sia per contradirlo, ma col tenersi entro ai termini della perfetta egualità, mostrare la miglioranza de’suoi ragionamenti ; cosi è richiesto ad una saggia repubblica non aggiugnere nuovi onori a chi generalmente la consigli bene, ma neanche diminuirglieli : e non che punire l’oratore la cui sentenza non prevalga , non deve pure abbassarne la reputazione. Cosi l'oratore che vince non parlerà, per verun modo, cose che egli stesso non approva , col fine di crescere il suo stato e cattar benevolenza ; e colui che non ottiene il vanto, non si studierà di conciliarsi anch’ esso l’animo della moltitudine, col compiacerla di qualche cosa.
- 3.43.1
« Ma noi adoperiamo tutto all’opposto : anzi, di più, se v’è alcuno che, quantunque avuto in sospetto di venale, dia ottimi consigli alla Repubblica, noi non pertanto per quel mal fondato sospetto lo prendiamo in avversione , e defraudiamo la Repubblica dei più evidenti vantaggi. E però s'é ridotto in usanza che i buoni consigli non artatamente proposti sono avuti a sospetto non meno dei perniciosi : di che è costretto ad adoprar la frode chi voglia per cattivarsi il popolo persuadere le più funeste stranezze # non meno che di ricorrere all’ artifizio , per acquistar credenza , chi fa le più utili proposizioni. Frattanto con tali circonspezioui questa è la sola città ove sia impossibile far del bene alla scoperta, senza premettere T iuganno. Se vi lia chi oifra palesemente uu bene, ne e ricambiato col sospetto, quasi che egli abbia qualche segreto vantaggio. Nonostante però tale opinione che si ha di noi oratori, trattandosi di altari del più gran rilievo , conviene che noi ve ne parliamo , prevedendo più lontano di voi che a breve distanza risguardate ; tanto più che i nostri consigli vanno soggetti a rendimento di conti, mentre voi non temete sindacato del modo onde ci ascoltate. Che se il consigliatore e quello che gli va dietro fossero sottoposti alla medesima pena -, voi andreste più ritenuti nei vostri giudizi : laddove ora, se per capriccioso talento vi venga fatto di commettere qualche sbaglio, dannate sola la mente di chi vi consigliò, non le vostre, sebbene in gran numero concorse nell’errore.
- 3.44.1
ce Ma io non son qua per contradire o accusar chicchessia riguardo ai Mitilenei : non si contende adesso, se abbiam senno, della gravezza del loro delitto ; ma del come sia prudente la nostra determinazione. In fatti, pognamo che io li dimostrassi al tutto rei, non ù per conseguente che io vi consigli ad ucciderli, se ciò non toma a nostro vantaggio : nè, s’ ei meritino perdonanza , che l’ottengano da voi, ove ciò non si mostri di utilità alla patria. Credo poi che la nostra deliberazione riguardi più all’avvenire che al presente: e sul punto ove principalmente insiste Cleone, che a troncar le ribellioni avvenire sarà utile annestarvi la pena di morte , valendomi aneli’ io in opposizione a lui, di quello che pel tempo futuro può tornarci bene, sento contrariamente. E vi farei torto a credere che, per l’apparente forza del suo discorso, vogliate rigettare l’utilità del mio ; essendo che il suo ragionare, che a’termini di severa giustizia più si accomoda co] vostro risentimento contro i Mitilenei, potrebbe forse sedurvi. Ma non siamo adesso in tribunale con loro, da aver bisogno dei principi ài rigoroso diritto ; anzi discutiamo riguardo a noi in qual modo essi possano in segnilo esserci utili.
- 3.45.1
« Pertanto, è nelle diverse repubbliche statuita la pena di morte per assai delitti, non solo di eguale ma anche di minor gravezza che questo : nondimeno gli uomini , incitati dalla speranza , vi si attentano j e niuno mai si condusse al misfatto disperando di dover sopravvivere al suo conato. Conciossiachè, qual città io ribellandosi si è mai mossa a ciò fare giudicando insufficienti gli apparecchiamenti o suoi o degli alleati ? Ed è proprio naturalmente di tutti, e privati e repubbliche, il fallire : nè v è legge che valga a ritenerli : avvegnaché abbiano gli uomini trascorso per tutti i gradi di pene sempre aumentando, se pur modo vi fosse d esser meno offesi dai malfattori. E pare che iu antico le pene fossero più miti anche pei più enormi delitti : ma col tempo, venendo trasgredite, si sono estese sino a quella di morte ; e pur questa ancora si trasgredisce. O bisogna dunque inventar supplizio più terribile di questa, o convenire che neppur essa è di verun freno ; dappoiché, la povertà, che colle sue strettezze inspira ardimento, la potenza che coll’ insolenza e coll’orgoglio mena alla soverchieria, e gli altri stati mezzani , giusta le cupidità degli uomini , secondo che ciascuno è da qualche più forte e incurabil passione dominato , strascinano nei pericoli. Soprattutto poi la speranza e il desiderio , questo precede , quella conseguita ; questo immagina il modo di fare il colpo , quella suggerisce la facilità di felice riusci mento : ond’è che sono la causa potissima dei mali nostri ; e benché sieno invisibili prevalgono sopra le pene che sono visibili. Oltre a ciò la fortuna stessa non meno concorre a dar la pinta : perciocché venendoci talvolta inaspettata al fiauco , ella spinge al cimento chicchessia, anche con minori forze, e principalmente le città, in quanto sono più importanti le cose che ambiscono , libertà, voglio dire ; ed impero su gli altri j e in quanto che ciascun cittadino riunito col rimanente , più di sè stesso inconsideratamente presume. E brevemente , egli è cosa impossibile e argomento di grosso ingegno il credere, che quando la umana natura è trasportata con impeto a commetter qualche cosa, il vigor delle leggi od altro spauracchio valga a distornela.
- 3.46.1
« Non dobbiamo adunque, fidandoci alla pena di morte come a sicuro mallevadore , prendere una cattiva risoluzione ; nè mettere ili disperanza i ribelli, come se non vi sia per esser luogo a pentimento che quasi in sulT istante cancelli il loro fallo. Perocché osservate che, nel caso mio, una città anche ribellata, se conosca di non poter prevalere, verrà a’ patti in istato tuttora da rifarci le spese, e da pagare il tributo all’avvenire : ma nell’altro caso, qual città pensate voi che non volesse rinforzare i suoi presenti apparecchi, e durar sino all’ultimo nell’assedio , ove importi lo stesso il presto o tardi comporsi ? E come non sarebbe egli allora nostro danno (attesa l’impossibilità d’accordarsi ) lo spendere rimanendo all9 assedio, conseguire deserta quella città che espugnassimo , e cosi rimaner privi della rendita che in seguito ci sarebbe pervenuta , e dove consiste il nerbo delle nostre forze contro i nemici ? Cosicché non dobbiamo esser giudici esatti dei delinquenti a danno nostro , più presto che vedere come, castigandoli moderatamente, possiamo in avvenire servirci di quelle città potenti per copia di denaro ; e però brigarci di tenerle guardate non colla severità delle leggi, ma colla soprawegghianza delle loro azioni. Noi però adopriamo tutto il contrario ; avvegnaché , se soggioghiamo un popolo libero e dominato per forza, il quale siasi ribellato per ricuperare (come è naturale) la propria independenza, reputiamo che convenga punirlo atrocemente : mentre vuoisi non severamente punire gente libera quando siasi già ribellata , ma severamente guardarla innanzi che si ribelli, ^prevenirla, in modo che ciò non per le venga in pensiero ; e ridotta ohe l’abbiamo in poter nostro, imputarglielo a colpa il men possibile.
- 3.47.1
« Ma anche per quest’altro riguardo, osservato qual grave errore commettereste aderendo a Cleone. Ora in tutte le città il popolo ò a voi benevolo, e, o non si unisce cogli oligarchici alla ribellione, o se vi è astretto, alla prima occasione divien nemico di quelli che ve lo abbiano indotto ; di sorte che, se vi si ribelli una città, voi le andate contro avendo amica la plebe : all’opposto, se truciderete il popolo dei Mitilenei ohe non participó della ribellione , e che avute appena le armi vi rese spontaneamente la città , primieramente oprerete ingiustamente uccidendo i vostri stessi benefattori, quindi procaccerete ai nobili ciò a cui principalmente mirano. Imperciocché, io ribellando essi le città, avranno seoo legato il popolo, appunto per aver voi premostrato esser destinata una mede« sima pena pe’rei egualmente e pe’non rei. Il perché, poniamo i Mitilenei ci avessero offeso, conviene dissimulare , perchè que’ soli che ora ci restano amici non ci si facciano nemici. Credo poi molto più conducevole al ritenimento dell’impero, soffrire in pace qualche ingiuria, di quello che, stando ai termini di rigoroso diritto , uccider quelli che il nostro vantaggio non consente : nè si trova possibile, come pretende Cleone , che giustizia e utilità della vendetta, in questo medesimo caso , vadano insieme,
- 3.48.1
« Voi dunque conoscendo esser questo il miglior partito, senza accordar più del giusto alla compassione od alla lenità (dalle quali cose nè io pure consento che vi lasciate trasportare) seguite il mio consigliò, per le propostevi considerazioni, di far maturamente il processo di quei Mitilenei spediti qua da Pachete come rei, e di lasciare stare gli altri alle proprie case. Queste sono le maniere che formeranno in avvenire , e già formano anche adesso , lo spavento dei nemici i conciossiachè chiunque segue ottimi consigli è più potente dirimpetto a' nemici , di chi inconsideratamente gli assalga colla prepotenza dei fatti ».
- 3.49.1
Cosi parlò Diodoto. Queste due opinioni contrarie una l’altra essendo state esposte col massimo contrappeso di ragioni , entrarono gli Ateniesi a discutere quale fosse da preferire ; e venuti al rendimento dei voti furono presso che alla pari, ma vinse il parer di Diodoto. Spedirono immantinente con gran premura ttn9 altra trireme a Mitilene, per non trovar distrutta la città, se questa seconda non vi arrivasse innanzi alla prima che l’avea preceduta d un giorno intero e di una notte ; ed avendola i mandatari di Mitilene provvista di vino e di biscotto, con grandi promesse a’ marinari se arrivassero prima dell’ altra , fu sì accelerata la voga, che senza abbandonare il remo, mangiavano il biscotto inzuppato nel vino e net l’olio, ed alcuni spartitamele prendevano sonno, altri remigavano« E per fortuna, non avendo avuto alcun vento contrario, e la prima trireme destinata ad uno strano aflare navigando lentamente , mentre questa si avacciava così ; arrivò in tempo che appunto Pachete aveva letto il decreto, ed era in procinto di eseguir la sentenza. Ma questa seconda approda immediatamente dopo quella, e lo ritenne dal fare la strage. A tanto di pericolo vennero i Mitilenei.
- 3.50.1
Agli altri però mandati da Pachete in Atene come colpevolissimi della ribellione diedero gli Ateniesi la morte secondo il parere di Cleone : ed erano poco più di mille. Demolirouo altresì le mura di Mitileue, e ricevettero la consegnazione delle navi : quindi, invece di imporre tributo ai Lesbii, ne divisero in tremila parti il territorio (eccetto quello dei Metimnei ) , e ne scelsero trecento da consacrarsi agli Dei : al possedimento delle altre mandarono quei de9 loro cittadini a’ quali erano toccate in sorte. Ma gli abitanti di Lesbo si tassarono di pagare ad essi ogni anno per ciascuna parte due mine , e coltivarono da sè il terreno. Ebbero gli Ateniesi per dedizione anche i castelli sulla terraferma de’quali eran padroni i Mitilenei, che di poi furono obbedienti ad Atene. Così passarono le cose di Lesbò.
- 3.51.1
Nella medesima estate , dopo la presa di Lesbo, gli Ateniesi condotti da Nicia figliolo di Nicerato portaron la guerra a Minoa , isola situata di faccia a Megara , ove i Megaresi avevano fabbricata una torre che serviva loro di fortezza. Intendeva Nicia che gli Ateniesi avessero quivi un presidio in osservazione meno lontano che da Budoro e da Salamina ; che i Peloponnesi non potessero da quel luogo correre , come prima, furtivamente il mare collo spedir fuori triremi e corsari ; e che nulla si potesse introdurre a’ Megaresi dalla parte di mare. Adunque prima di tutto espugnò con macchine due torri in sul mare che sporgeano in fuori da Nisea , e rese libero alle sue navi il corso tra Nisea e l’isola. Intanto edificava un riparo di mura dalla parte di terraferma , per dove mediante un ponte attraverso il pantano recavasi soccorso all’ isola stessa che ne è poco distante. Ultimato in pochi giorni questo lavoro , fabbricò anche poi nell’ interno dell’isola un forte per lasciarvi presidio , e parti con l' armata.
- 3.52.1
Circa il tempo stesso di questa estate i Plateesi, che non avevano più vettovaglia nè forze da sostenere l’assedio , capitolarono co’ Peloponnesi. La cosa andò iu questo modo. Avevano i Peloponnesi dato l' assalto alle mura , e quei di dentro non erano in istato di far fronte. Ma il generale spartano, tuttoché informato della loro debolezza , non voleva espugnar la città a viva forza , che tale era l’ordine di Sparta; perchè se mai restasse conclusa la tregua con gli Ateniesi , ed ambe le parti convenissero di restituire tutti i luoghi acquistati con l' armi, Platea non fosse di quelle da restituirsi, essendosi resa spontaneamente. Spedisce dunque un araldo a proporre loro, se volessero spontaneamente consegnare la città agli Spartani ed accettarli per giudici ; protestando che punirebbero i rei, ma nissuno però senza giuridico processo. Tale fu la proposizione dell’ambasciatore : ed essi, perocché erano all’estremo , consegnarono la città. I Peloponnesi somministrarono vettovaglia a’ Plateesi per alcuni giorni, finché arrivarono da Sparta cinque giudici, alla venuta dei quali non fu proposto alcun capo di accusa ; ma citati i Plateesi fecero loro soltanto questa domanda : « Se da che era incominciata la guerra avesser reso qualche servigio ai Lacedemoni e loro alleati ». Rispondevano essi, domandando licenza di poter parlare alquanto lungamente , e produssero a loro nome Astimaco figliolo di Asopolao, e Lacone di Aimnesto pubblico ospite di Sparta ; i quali presentatisi parlarono cosi :
- 3.53.1
« Noi certamente , o Lacedemoni, facemmo la dedizione della città confidando di non dover sostenere cotal giudizio , ma uno più consono alle leggi , ed accettando di non esser sotto ad altri giudici che a voi (siccome lo siamo) , perchè ciò credevamo il modo più sicuro ad ottenere equità. Se non che temiamo non sia ora fallito questo nostro doppio intendimento ; perocché drittamente sospettiamo che si discuta per noi la causa dell’estremo supplizio, e che voi non siate per riuscire giudici imparziali. Ce ne dà argomento non solo il non ci esser proposta querela alla quale dobbiamo coatradire (mentre noi stessi abbiamo domandato la parola), ma ancora quella breve vostra interrogazione, alla quale risponder vero è nostro danno, risponder falso porta convincimento di menzogna. Laonde, ridotti in dubbiezza per ogni lato, siamo astretti, e ci par più sicuro, il non abbandonare al silenzio il nostro pericolo : avvegnaché , per chi è venuto a tale, una sola parola non detta potrebbe produrre il rammarico ; che se fosse stata detta , sarebbe stata di sua salvezza. Ma per noi v’ è anche di più la difficolti di procacciarsi credenza ; essendo che, se non ci conoscessimo scambievolmente , accumulando testimonianze di cui foste all’oscuro , potremmo cavarne vantaggio : ora però dobbiam parlare dinanzi a gente di tutto informata. Nè temiamo che voi mal prevenuti contro il nostro valore, perchè minore del vostro, ci imputiate ciò a delitto ; ma che f mentre volete gratificare ad altrui, noi ci imbarchiamo in una causa già decisa.
- 3.54.1
« Nondimeno esponendo i nostri giusti titoli di difesa riguardo alle differenze coi Tebani, come ancora rispetto a voi ed agli altri Greci, faremo menzione dei servigi nostri per tentar di persuadervi. Quanto alla breve domanda « se in questa guerra abbiamo fatto alcun bene ai Lacedemoni ed agli alleati » se ci interrogate come nemici , rispondiamo, non aver noi oprato ingiustamente contro di voi, se non vi abbiamo giovato ; se come amici, aver voi più presto il torto , che ci portaste contro le armi. Quanto poi alla pace ed alla guerra col Medo abbiamo fatto il debito nostro ; perchè quella non violammo i primi, a questa soli noi tra' Beozi allora concorremmo con voi per la libertà di Grecia : e benché gente di terraferma venimmo a naval combattimento con lui presso Artemisio ; e nell’altra battaglia avvenuta sul nostro suolo ci unimmo a voi ed a Pausania : e se altro pericolo in qnei tempi sovrastò ai Greci, di tutti partecipammo oltre le forze nostre. Ma per voi stessi, o Lacedemoni, noi spedimmo in aiuto la terza parte di nostre genti, quando dopo il terremoto, ritiratisi gli Iloti ad Itome , trovossi Sparta nel massimo sbigottimento : or questi fatti non sono da porre in dimenticanza.
- 3.55.1
« Tali cr gloriammo d’essere nei tempi andati e nei più grandi bisogui : e se poi vi divenimmo nemici la colpa è tutta vostra« Conciossiachè urtati dai Tebani vi richiedemmo di alleanza , ma ci rifiutaste e ci confortaste a volgerci agli Ateniesi perchè vicini , mentre voi abitar vate lontano : pure in questa guerra non avete per noi sofferto nulla di strano , e non eravate per soffrirlo. Se poi ai vostri inviti non volemmo staccarci dagli Ateniesi, non però vi abbiamo ingiuriato ; dappoiché essi ci soccor-«ero contro i Tebani, mentre voi ve ne svogliaste. Il perchè non era più onesta cosa tradir quelli che aveano meritato di noi, e che per le nostre preghiere ci avevano ricevuto nella lega , ed ascritti alla loro cittadinanza : anzi richiedeva il decoro che seguissimo prontamente i loro comandamenti. Ora nelle imprese alle quali entrambi conducete gli alleati, non sono colpevoli quei che vi seguono, se qualche cosa men che onesta facciate ; ma bensì voi f che gli scorgete ad opere non buone.
- 3.56.1
« Tra le moltiplici ingiurie fatteci dai Tebani la non menoma è quest’ultima che voi ben sapete , e per cui patiamo questi mali. Avendo essi occupato la città nostra durante la tregua f e (che maggior cosa è) nel di festivo del mese , noi meritamente ci vendicammo per quella fogge universalmente ricevuta, esser dritto respinger chi t assalga. Nè ora, in grazia loro, noi saremmo giustamente offesi : perocché se misurerete il diritto colla norma dei vantaggi presenti e del loro mal animo verso noi, voi sembrerete non leali estimatori del giusto, ma più presto solleciti del prò vostro. Che se adesso credete costoro esservi utili, bene assai più noi e gli altri Greci lo vi fummo, allorquando eravate in pericolo maggiore. Infatti voi ora siete il terrore di quelli che assaltate : all’ opposto allora il barbaro voleva imporre a tutti il giogo della schiavitù, e questi Tebani erano con lui. Ragion dunque vuole che al fallo d’adesso (se pur l' è ombra di fallo) contrapponiate la prontezza d’allora, e troverete questa maggiore al paragone di quello, ed usata in tempi quando era ben raro dii dei Greci opponesse alcun valore alla potenza di Serse. Erano allora lodati principalmente non quelli che, per schermirsi dalle invasioni del barbaro, miravano a procacciarsi la propria sicurezza , ma quelli che affrontavano il perìcolo per le più magnanime imprese. Noi intanto, stati di questi ed avuti nel primo grado di onoranza , temiamo adesso di andar perduti per quei medesimi alti sensi ; noi che scegliemmo ài seguire gli Ateniesi per giustizia, invece che voi per interesse. Eppure fa di mestieri mostrare di séntir lo stesso sopra gli stessi oggetti, e null’altro credere nostro vantaggio se non quello che ci è comune coi bravi alleati, solo che essi sempre ci sappiano grado del nostro valore, e resti consolidata per noi l’utilità presente.
- 3.57.1
« Osservate inoltre che dinanzi al maggior numero dei Greci siete reputati l' esemplare della probità. Cìie se ingiustamente giudicherete di noi (nè questo giudizio rimarrà ignoto , perchè voi che avete nomea dovrete sentenziar noi che non siamo vituperevoli) badate non disapprovino che intorno a gente dabbene, voi (sebbene anche migliori) abbiate deliberato qualche cosa che denigri la fama vostra, e che ai pubblici templi si veggano appese le spoglie tolte a noi che meritammo di Grecia. Farà raccapriccio che i Lacedemoni abbiano devastato Platea, e che, laddove i padri vostri pel valore di lei ne scolpirono il nome sul tripode di Delfo, voi, per compiacere ai Tebani , l’abbiate con tutti i suoi cittadini cassata dal corpo intero dei Greci. A tanto di sciagura , per» dio ! siam venuti, che allora, vincendo i Medi, saremmo periti ; ed ora dinanzi a voi un di nostri amicissimi, siamo messi al di sotto dei Tebani : cosicché due grandissimi cimenti abbiam sostenuto , uno dianzi di morir di fame se non avessimo reso la citta , l’altro ora d' esser processati di morte. E noi Plateesi, solleciti sopra le forze nostre per il vantaggio dei Greci, siamo turpemente da tutti ribattati deserti e tapini : nissuno ci soccorre degli alleati dallora ; anzi di voi stessi, o Lacedemoni, unica nostra speranza , temiamo che non stiate saldi per noi.
- 3.58.1
« Ciò non pertanto confidiamo, nè fuori di ragione , che in rispetto degli Dei testimoni allora dell’ alleanza, e in rispetto del valor nostro a pro dei Greci, voi vi piegherete e muterete pensiero, tuttoché prevenuti alcun poco per i Tebani : che in cambio chiederete loro il favore, di non dover voi stessi uccidere quelli cui uccidere si disdice, acciocché riscuotiate cosi un’ onesta compiacenza invece che turpe j ed acciocché, col gratificare altrui, non siate in contraccambio notati di perversa viltà. Conciossiachè è cosa leggera il trucidare i nostri corpi, ma eccede ogni fatica il cancellarne l’infamia ; perchè in noi non punirete drittamente dei nemici, ma dei benevoli che di necessita vi guerreggiarono. Riflettete prima di tutto che siam venuti in poter vostro resici spontaneamente e sporgendo a voi le mani (rito per cui è interdetto ai Greci trucidar chi lo pratichi ) ; e che inoltre abbiam costantemente meritato di voi : per lo che, francheggiando le nostre persone, oprerete da giudici religiosi. Volgetevi a mirare le tombe dei padri vostri, che uccisi dai Medi e sepolti nel nostro suolo noi pubblicamente cinscun anno onoravamo di vestimenta e d'ogni maniera di esequie. Per noi le primizie di tutto ciò che le nostre campagne producono nelle stagioni alterne erano loro offerte, non solo di buon grado come tratte da terra ad essi cara, ma ancora come alleati ai già nostri commilitoni. Del che voi fareste il contrario non drittamente deliberando. Vedete! Pausania diede lor sepoltura giudicando depositarli in terra amica e appresso genti medesimamente amiche : ma se voi ci ucciderete, e di plateese ridurrete tebano il suolo, che altro farete se non lasciare in terra nemica e presso i loro uccisori i vostri padri e congiunti privi delle onoranze che or godono? Senza di che, vi basterà egli il cuore di assoggettar quella terra ove i Greci conseguirono la li' berta ? Disertare i templi di quei Numi, cui invocando, disfecero i Medi ? Aholire i patrii sacrifici di coloro che questi templi stessi fondarono ed inalzarono ?
- 3.59.1
« Egli non sarebbe, o Spartani, della gloria vostra l’adoprar cosi, nè il deviare dall’osservanza comune tra i Greci e dal rispetto ai maggiori ; nè per soddisfare a straniera nimistà uccider noi che non vi abbiamo offeso, e che vi abbiamo beneficati. Anzi è richiesto al decoro di voi perdonare e piegar l' animo ai pensieri di discreta commiserazione, ponderando non solo l’atrocità dei mali che aremmo a soffrire, ma di più chi siamo noi che li soffriremmo ; e quanto stia in bilico la sciagura , su chi ■mai piombar possa, anche immeritamente. E noi, come conviene allo stato nostro e come necessità ci spinge, alzando le nostre voci agli Iddii che su i medesimi altari si onorano dal comune dei Greci, li preghiamo a persuadervi di queste cose , intanto che vi richiamiamo alla memoria i giuramenti giurati dai padri vostri. Vi supplichiamo pei sepolcri dei padri, invochiamo i trapassati per non esser consegnati ai Tehani nostri capitali nemici, amorevolissimi come siamo verso quei valorosi. Rammentiamo quella famosa giornata in cui con essi facemmo le più chiare prove, mentre in questa d’oggi corriamo rischio di soffrire gli estremi mali. Ma sul finire del nostro discorso (momento indispensabile ed il più doloroso a chi è in simil frangente , perchè conseguita dappresso il pericolo della vita) protestiamo che non rendemmo la città ai Tebani , perocché aremmo innanzi tolto di morir della morte più turpe, della morte di fame, ma bene a voi la rendemmo , abbandonandoci alla fede vostra. Se dunque non vi muovono le nostre ragioni, egli è giusto che ci rimettiate ael pristino stato, e ci lasciate sceglier quel pericolo che ci incontrerà. Sieno, O Lacedemoni, le ultime nostre parole queste ; che non siamo dati in balia dei Tebani, nostri capitalissimi nemici , noi Plateesi già del bene di Grecia sollecitissimi, noi vostri supplichevoli strappati dalle mani vostre e dalla vostra fede ; ma anzi siateci salvatori : nè sia vero che mentre tornate in liberta gli altri Greci, vogliate ora perder noi interamente ».
- 3.60.1
Così parlarono i Plateesi. E i Tebani, temendo che i Lacedemoni si ammollissero alcun poco per le parole di quelli, si fecero avanti e dichiararono, che siccome ai Plateesi , fuori della loro opinióne , era stato accordato parlare più a lungo di quel che si richiedesse per rispondere alla domanda , così essi pure intendevano di essere ascoltati. Avutane la permissione parlarono così.
- 3.61.1
« Noi non avremmo domandato la parola , se anch' essi all' interrogazione fatta avessero brevemente risposto ; se non si fossero rivolti a noi per farci accuse ; e se non avessero accumulato di sè stessi apologie e lodi fuor di proposito senza che alcuno avesse lor mossa querela , e sopra cose onde veruno gli avea vituperati. Ora pertanto tocca a noi di ribatter le prime e confutar le seconde , perchè essi non si avvantaggino della mala opinione contro di noi, nè della loro reputazione : e perchè voi possiate decidere udito il vero di entrambi. Le Controversie nostre mossero in principio da questo : che avendo noi fondato Platea dopo le altre città della Beozia, ed insieme più. altri castelli che ritenevamo , cacciatone l' accogliticcia gentaglia che li abitava , costoro disdegnavano di star subordinati a noi, secondo che erasi innanzi convenuto. E perchè noi volemmo aslringerveli, essi soli tra i Beozi trasgredendo ai patrii statuti, si accostarono alla parte degli Ateniesi, e congiunti con essi ci menarono molti danni, dei quali furono per noi ricambiati.
- 3.62.1
« Ma poiché il barbaro venne contro la Grecia , dicono essi soli tra i Beozi non essere stati fautori del Medo, e di ciò principalmente menano vanto, e noi svillaneggiano. Or noi confessiamo sibbene ch' e’ non furono partigiani del Medo da che nè gli Ateniesi pure lo furono: ma per egual modo, quando gli Ateniesi andavano contro i Greci, essi soli tra i Beozi li favoreggiarono. Del resta osservate lo stato di amendue quando operammo cosi. La città nostra allora per avventura non era ordinata a reggimento oligarchico bilanciato dalle leggi, nè a governo popolare ; ma, ciò che è contrario alle leggi stesse , al buon ordine e vicinissimo al dispotismo , pochi imperiosi magnati erano al timone dello stato. Costoro , perchè confidavano meglio confermare la lor privata grandezza , qualora vincesse il Medo , contenendo forzatamente la moltitudine, lo introdussero in città : ma l’universalità dei cittadini fece questo senza essere in potere di sè ; e non è giusto che ella venga incolpata di quello in che fallò nel silenzio delle leggi. Però , dappoiché partì il Medo ed ella riassunse le proprie leggi ; quando in seguito gli Ateniesi si mossero e si ingegnavano ridursi a devozione il rimanente di Grecia non che il territorio nostro, di cui, a cagione delle fazioni , già occupavano gftii párte, vùolsi esaminare se combattendoli e vintili á Cberonea noi liberammo la Beozia , e se ora prontamente ci uniamo a liberare gli altri, sottministràndo cavalli e fornimenti d’ ogni maniera quanti nissuu altro degli alleati. Queste sono le nostre discolpe in ciò che spetta al Medo.
- 3.63.1
« Ora poi ci sforzeremo di dimostrare che voi , O Plateesi, avete maggiormente danneggiato i Greci, e che la gravezza del vostro fallo è maggior d' ogni pena. Voi (secondo che dite) diveniste alleati e cittadini degli Ateniesi per vendicarvi di noi : dovevate dunque condurli contro noi solamente, e non unirvi con loro ad assaltar gli altri. E bene il potevate fare (ove pur fosse vero che a vostro malgrado eravate strascinati dagli Ateniesi ) , atteso che già contro il Medo era stata fatta la lega di questi Lacedemoni, della quale menate sì gran vanto. Dessá era certamente bastevole a divertir noi da voi, e (che grandissima cosa è) a procacciarvi agio di prender tranquillamente le vostre deliberazioni. Dunque a buon grado e non forzatamente continovaste a preferire la parte degli Ateniesi. Voi dite, che era vergogna tradii' dei benefattori : ma vergogna e ingiustizia maggiore era tradir bruttamente i Greci tutti insieme coi quali giuraste , piuttosto che i soli Ateniesi ; dappoiché questi mettevano in ¿schiavitù la Grecia , quelli la tornavano in libertà. Nè già avete reso ad essi in contraccambio un egual benefizio , nè scevro d’infamia : poiché , a dir vostro , invitaste gli Ateniesi quando eravate gli offesi, ed avete poi cooperato con loro quanda offendevano gli altri. Eppure il non ricàmbiar altrui di pari beuefizi è vitupero maggiore, che negar quelli i quali , tuttocchè per ogni dritto dovuti, non vanno immuni » rendendoli, da nota di malignità.
- 3.64.1
« Bene ne faceste chiari essere allora stati i soli a non favoreggiare il Medo f non già per riguardo dei
- 3.64.2
Greci, ma solo perchè non Io favoreggiavano gli A teniesi. E voi che allora voleste operare d’accordo con gli Ateniesi ed in contrario dei Greci, presumete adesso di giovarvi dei Greci, per il valore mostrato à prò degli Ateniesi ? Ma ciò non è giusto ; anri come allora sceglieste gli Ateniesi, cosi abbiateli ora a vostri difensori. Nè mettete in campo i comuni giuraulenti quasi che per essi dobbiate ora esser salvi ; conciossiachè vi rinunciaste , e , senza ribrezzo di trasgredirli, vi uniste a soggettar gli Egineti e alcuni altri che avevano giurato insieme con voi, in cambio che farvi ad impedirlo : e per giunta ciò faceste spontaneamente , vigenti pur quelle leggi che tuttora avete, e nullo astringendovi, siccome fu di noi. Nè per voi è stato accettato l' ultimo nostro invito ( prima che foste attorniati dalle fortificazioni ) col quale vi confortavamo a star tranquilli, e a non aiutare veruna delle due parti. Chi dunque l' odio di tutti i Greci merita più giustamente che voi, i quali ostentaste a danno loro il vostro egregio valore ? Voi , i quali avete ora dimostrato che quel po’ di bene che, siccome dite, allora faceste non era vostro retaggio ; che anzi per opposito quelle cose a cui mirava l' animo vostro sono state redarguite nel vero ; essendoché seguiste le orme degli Ateniesi perchè andavano per la via ingiusta. Queste sono le dimostrazioni della nostra involontaria adesione al Medo, e del vostro spontaneo attaccamento agli Ateniesi.
- 3.65.1
« Quanto poi a ciò che concerne l' ultima ingiuria che dite aver ricevuta ( d' esser noi cioè venuti fuori d' ogni legge contro la città vostra durante la tregua e nel di festivo del mese), noi facciamo stima di non aver pure in questo errato più di voi. Conciossiachè se venendo di propria volontà alla città vostra , avessimo combattuto e guastato da nemici il territorio , saremmo dalla parte del torto : ma se cittadini tra voi i più ragguardevoli per ricchezza e nascimento ci invitarono spontaneamente , intendendo di cessarvi da una straniera alleanza , e ridurvi agli statuti comuni di tutti i Beozi, in che peccammo noi ? Peccano in vero quei che conducono più presto che quei che li seguitano. Ma per nostro arbitrare nè dessi nè noi abbiam fallito : perciocché essendo cittadini come voi, e cimentando cose maggiori, d apersero le loro mura, e ci introdussero in città con animo amichevole non già nemico. \ ole vano che i più malvagi tra voi non diventassero anche peggiori ; che i migliori avessero quel che meritavano : e cosi facendosi moderatori dei vostri pensieri e salvatori de' vostri corpi, non straniare dalla città i cittadini, ridurla anzi come ad un sol parentaggio, non render veruno nemico a cliio chessia, e tutti comprendere nei patti.
- 3.66.1
« Ed imparate da questo che non operammo inimichevolmente. Noi non violentammo veruno, ma bandimmo, che qualunque volesse governarsi secondo le patrie consuetudini di tutti i Beozi si accostasse a noi : e voi di buon grado aderiste, faceste i patti, e da primo rimaneste tranquilli. Ma poscia «piato che noi eravam pochi ( forse che vi parve che avessimo fatto cosa troppo ardita entrando in città senza il consentimento del popolo), non però ci retribuiste di pari modo coll' astenervi da alcune vie di fatto, e col persuaderci con buone parole ad uscire; ma a dispetto degli accordi ci assaltaste. Nè tanto ci duole di quelli che nel couflitto uccideste ( attesoché per una tal legge patirono ciò), ma l' aver trucidato contro ogni dritto quei che presi vivi vi sporgeano le mani, quando ci avevate promesso che non più li avreste uccisi , non fu egli cosa da inorridire? E con tutto ciò, dopo aver commessi »» un attimo tre misfatti, cioè violato P accordo, morti i nostri dopo il fatto , e mentito della promessa fattaci di non ucciderli, solo che non guastassimo le vostre campagne; nondimeno chiamate noi prevaricatori, e presumete non pagare la pena ? No perdio ! Ove costoro drittamente deliberino ; ma di tutte queste scelleratezze sarete puniti»
- 3.67.1
« Noi pertanto, o Lacedemoni, siamo andati tali cose minutamente raccontando a riguardo vostro e nostro, acciò conosciate che voi giustamente li condannerete , e che noi ci siamo per sacrosanto diritto vendicati anche troppo mollemente. Non vogliate intenerire udendo delle antiche loro virtù, se alcuna mai ve ne ebbe: debbono elle patrocinare chi venga ingiustamente oppresso ; ma a chi falla turpemente, duplicargli la pena ; perchè contro sua natura ha peccato. Nè vagliano a loro prò i gemiti e i piagnistei con cui vi rammemorano i sepolcri dei padri vostri ed il proprio abbandonamene. Conciosaiachè noi al l’opposto di loro vi proviamo, più orribili mali aver sofferto la gioventù nostra da essi trucidata, della quale i padri, parte morirono a Cheronea mentre conducevano a voi le forze di Beozia ; parte, ed erano questi i più vecchi, lasciati alle deserte case, a miglior dritto vi supplicano a punir costoro. Meritano piuttosto compassione quelli tra gli uomini che a torto patiscono ; ma quelli cui bene sta siccome ad essi, meritano per opposito dileggiamento. Quanto al loro presente abbandono tutto procede da essi : perchè spontaneamente rigettarono i migliori alleati, trasgredirono a danno nostro i patti senza che noi gli avessimo per l' innanzi ingiuriati, ma perchè discorrevano delle cose più per odia che per giustizia : e sono ora condotti a tale che non possono ricambiarci di adeguata vendetta. Conciossiachè il loro supplizio sarà in consonanza colle leggi, non già, come essi vociferano, nell’ atto di sporgervi le spani di mezzo alla battaglia, ma dopo che per via d’accordo si sono rimessi a giuridico tribunale. Soccorrete adunque, o Lacedemoni , agli statuti dei Greci violati da costoro, e retribuite a noi fuor d' ogni legge offesi un favore rispondente alla alacrità dei servigi nostri. Cessino gl9 Iddii che noi abbiamo a soffrire una ripulsa dinanzi a voi : ponete ad esempio pei Greci, che voi sarete per propor loro gare non di discorsi ma di azioni ; le quali se sieno buone, basta una breve dichiarazione ; se difettuose, i discorsi abbelliti col lenocinlo delle parole non sono altro che un velami! che le nascondi?. Ma se duci, quali or siete, comprendendo la somma dei discorsi darete la vostra sentenza, sarà più raro chi cerchi la venustà delle parole a inorpellare la malvagità dei fatti ».
- 3.68.1
Di tanta forza fu l' arringa de’ Tebani. Ma i giudici lacedemoni avvisavano che in quella domanda , — se durante questa guerra avessero ricevuto alcun bene dai Mitelenei — troverebbero il loro vantaggio : sì perchè avevano in altro tempo fatto loro quella si speciosa richiesta di starsene tranquilli, conforme gli accordi stabiliti amicamente con Pausania dopo la ritirata del Medo ; sì perchè anche posteriormente, prima di cingerli di mura, li avevano confortati ad esser neutrali. E siccome i Plateesi non vi aderirono, i giudici spartani, per un giusto sentimento tutto loro proprio, credendosi offesi e non più con essi in alleanza , li fecero citare ad uno ad uno, domandando loro — se avessero nel corso della guerra felto nulla di bene agli Spartani e agli alleati —: qualora dicessero di no , li menavano a morte senza averne eccettuato veruno. De’ Plateesi ne uccisero non meno di dugento ; degli Ateniesi, che vi erano insieme con loro assediati, venticinque; e fecero schiave le donne. ITebani poi concessero per circa un anno la città ad abitare a quei di Megara, che a causa della sedizione ne erano banditi ; ed a quei Plateesi loro partigiani che erano restati vivi. Ma poi demolironla ed agguagliaronla al suolo, e fabbricarono accanto al tempio di Giunone un albergo di dugento piedi per ogni lato , che aveva in giro due ordini di piani, e v' impiegarono i tetti e le imposte de’ Plateesi, Con le altre suppellettili in bronzo e ferro, che erano dentro le mura , fabbricarono de’ letti che consacrarono a Giunone, a cui pure edificarono di pietra un tempio di cento piedi Pubblicato poscia il terreno, lo allogarono per dieci anni, ed i Tebani lo coltivavano. Forse , anzi certamente si erano i Lacedemoni così alienati dai Plateesi per amor dd Tebani, credendoli utili a sè rispetto alla guerra allora allora incominciata. Così finirono le cose de’Plateesi l’anno novantesimoterzo da che avevano stretto lega con gli Ateniesi.
- 3.69.1
Ma le quaranta navi de9 Peloponnesi andate in soccorso de’Lesbii, mentre che perseguitate dalle ateniesi fuggivano per alto mare, erano state sbalzale dalla tempesta vicino a Creta : donde giunte sparpagliate a dar fondo nelle coste del Peloponneso, incontrano a Giilene tredici navi de’ Leucadii e degli Ambracioti, con Brasida figliolo di Tellide sopravvenuto a consigliere di Alcida. Imperocché gli Spartani, dopo fallita l’impresa di Lesbo, ebbero aumentata la loro flotta , con P intenzione di navigare a Corfù agitata da sedizioni (sendochè gli Ateniesi erano con sole dodici navi intorno a Naupatto), per arrivarvi innanzi che flotta maggiore sopraggiungesse da Atene. Però Brasida ed Alcida apparecchiavansi per questa spedizione.
- 3.70.1
Trovaronsi i Corfuotti travagliati dalle sedizioni , dappoiché erano tornati loro i prigioni delle battaglie navali combattute presso Epidamno, rilasciati dai Corintii, in apparenza, per la taglia di ottocento talenti a cui eransi obbligati i loro corrispondenti, ma effettivamente , perchè avevan promesso di ridurre Corfù a devozione de’ Corintii. Costoro con segreti maneggi introduceudosi presso ciascun cittadino adopravansi a ribellare Li citta dagli Ateniesi. Arrivano intanto una nave attica ed
- 3.70.2
Una corintia con ambastintori, e tenutasi adunanza decretarono i Corfuotti di essere certamente confederati degli Ateniesi, a forma dei capitoli, ma amici come prima de’ Peloponnesi. Pitia, volontario ospite degli Ateniesi e rapo dei popolani, fu citato in giudizio da quei fautori dei Corintii , accusandolo che volesse soggettare Corfù agli Ateniesi. Ma egli uscitone assoluto, fece di rimando citare in giudizio cinque di loro i più facoltosi , dichiarando che e5 tagliavano pali da’ sacri recinti di Giove e di Alcino. Era per ogni palo imposta la multa di uno statere. Costoro adunque essendo stati condannati, se ne stavano, a cagione deUa gravezza della multa, assisi in atto di supplichevoli presso i templi, per ottenere di pagare a rate la tassa. Ma Pitia, che per avventura era Uno de’senatori, persuade questi a valersi della legge. Per lo che trovandosi i rei esclusi legalmente dal senato , ed insieme ragguagliati clic Pitia, fino a che durasse ad essere senatore , vorrebbe indurre la plebe a tenere alleanza offensiva e difensiva con gli Ateniesi, si ristrinsero insieme, e con de' pugnaletti entrati improvvisamente in senato , uccidono Pitia con altri senatori e privati, sino a sessanta. Alcuni pochi dell' opinione medesima di Pitia si rifugiarono sulla trireme attica che ancor non era partita.
- 3.71.1
Dopo questo misfatto convocarono i Corfuotti e dissero ciò essere il miglior partito e il pià valevole a saltarli dal servaggio di Atene} doversi per l’avvenire, calmate le sedizioni, non raccettare nè Ateniesi nè Corintii, salvo che con una sola nave; ed averne per nemico uri maggior numero. Ciò detto li astrinsero anche a ratificare la proposizione. Spediscono poi subito ad Atene dei legati por dar ragguaglio che le cose fatte erano secondo che richiedeva il loro vantaggio ; e per indurre quei che l?i si erano rifugiati, a non darsi briga inopportunamente a fitte di evitare cosi ogni turbamento.
- 3.72.1
Ma giuntivi appena gli Ateniesi arrestarono i legati come innovatori e quanti aveano aderito a quelli, e li depositarono in Egina. In questo, arrivata a Corfu una trireme corintia con gli ambasciatori lacedemoni, coloro che erano in Corfù restati al maneggio degli affari assalgono la fazione popolare , e rimasero superiori nel conflitto. Sopravvenendo la notte il popolo si ricovra nella rocca e nelle alture della città, ed ivi riunito si fortificò, tenendosi per lui il porto Illaico. L’altra fazione occupò la piazza, ove molti di loro abitavano, e il porto a lei vicino che guarda verso terraferma.
- 3.73.1
Il giorno appresso furonvi leggere avvisaglie, ed ambe le parti erano in sullo spedire alla campagna ad invitare i servi promettendo libertà. Venne in soccorso ai popolani una moltitudine di servi \ agli altri , ottocento ausiliari di terraferma»
- 3.74.1
Trascorso un giorno si rinfresca la battaglia colla vittoria del popolo, superiore per fortezza de' siti e per numero. Le donne stesse arditamente vi porsero mano scagliando tegole dalle case , e sostenendo il tumulto, oltre loro natura. Sul crepuscolo della sera gli oligarchici dieder volta, e perchè temevano non il popolo, nel caldo della vittoria scagliatosi contro l' arsenale, se ne facesse padrone e li trucidasse ; per torgli ogni via di assalto metton fuoco alle case che erano in giro sulla piazza e alle contigue, senza perdonarla nè alle proprie nè alle altrui ; di modo che molte robe de’ mercanti andaron bruciate: e corse pericolo di restar totalmente distrutta la città intera , se all’ incendio si fosse aggiunto vento che spirasse verso di lei. Posto fine al combattimento, volendo gli uni e gli altri ristare, tennero le scolte per tutta la notte. La nave corintia, essendo la vittoria stata del popolo , furtivamente fece vela , e la maggior parte degli ausiliari di soppiatto tragittò in terraferma.
- 3.75.1
Ma nel giorno sopravveniente Nicostrato figliolo di Diotrefe capitano degli Ateniesi, da Naupatto giunge in soccorso con dodici navi e cinquecento Messemi di grave armatura. Propose egli pratiche di accordo ; e induce le due parti a doversi contentare che fossero processati soli dieci fra i più colpevoli ( i quali non patirono di rimanere), e di lasciare il resto a casa sua ; severamente che si accordassero tra loro e con gli Ateniesi di aver comuni gli amici ed i nemici. Ciò fatto era Nicostrato in sul salpare, quando i caporani del popolo lo persuadono a lasciar loro cinque navi, affinchè quei della parte contraria si trovassero meno in istato di far movimenti ; ed essi ne spedirebbero con lui altrettante delle loro bene armate. Nicostrato vi acconsentì , ed essi destinavano per queste navi quei della parte contraria ; i quali temendo di dover esser mandati in Atene, si assidono nel tempio dei Dioscuri. Nicostrato si ingegnava di farli uscire , e ne li confortava, ma non fu obbedito ; di che il popolo colta questa occasione , come se con quella lor diffidenza di unirsi alla flotta di iNicostrato covassero qualche sinistra intenzione, prese le armi e tolse via dalle case quelle degli avversari ; e ne avrebbe trucidati alcuni ne’quali s’imbattè , se Nicostrato non lo avesse impedito. Vedendo gli altri come la cosa andava, si assidono supplicanti nel tempio di Giunone, in numero di ben quattrocento. Per lo che il popolo intimorito che e’non volessero tentare qualche novità, con buoni modi gl' induce ad alzarsi, e li trasporta nell’ isola di faccia al tempio stesso di Giunone, ove era mandato loro il bisognevole alla vita.
- 3.76.1
In questo scompiglio di cose, quattro o cinque giorni dopo il trasporto di coloro nell’ isola , arrivano da Cillene (ove dopo il ritorno dall’Ionia erano di statone) le cinquantatrè navi de’Peloponnesi, capitanate coprima da Alcida , con cui navigava Brasida destinatogli a consigliere. Diedero queste foudo a Sibota, porto di terraferma , e sul far dell9 aurora fecero Tela coulro Corfu.
- 3.77.1
I Corfuotti, benché in grande agitazione , e intimoriti delle cose di città, e dell’avanzarsi della flotta nemica, pure ad unora stessa preparavano sessanta navi, e a mano a mano spedivano quelle armate contro a’ nemici , quantunque gli Ateniesi li confortassero che dovessero lasciar loro mettersi in mare i primi, e poi sopravvenire essi alla coda con tutte insieme le navi. Le quali non furono sì tosto giunte sparpagliate in faccia al nemico, che due immediatamente passarono dalla parte di lui, e le ciurme che erano in su l’altre contendevano fra loro in modo, che tutto faceasi alla rinfusa. Onde accortisi i Peloponnesi di cotal confusione si misero in ordinanza con venti navi contro a’ Corfuotti, e colle rimanenti contro le dodici navi degli Ateniesi, due delle quali erano la Salaminia e la Paralo.
- 3.78.1
I Corfuotti, che caricavano il nemico colle navi disordinate e spartite , erano dal lato loro in gran travaglio. Gli Ateniesi, temendo della moltitudine nemica e d’esser colti in mezzo , non investivano colla flotta serrata insieme la squadra che avevan di fronte, e si riguardavano da urtarla nel centro ; ma corsile addosso di fianco , affondano una nave : indi presa ordinanza circolare giravano attorrfo al nemico per provare di scompigliarlo. Di che accortisi quei che erano di contro a’ Corfuotti, e temendo non accadesse ciò che era accaduto a Naupatto, accorrono in soccorso; e così riunite le navi si scagliano tutti insieme su gli Ateniesi. Questi cominciavano a retrocedere , senza voltar faccia , remigando di sulla poppa ; e ritirandosi il più lentamente possibile intendevano di operar sì che le navi de’ Corfuotti fossero in tempo a sottrarsi , intanto che essi sostenevano il nemico schierato contro di loro. Per questo modo fu combattuta questa battaglia navale che finì sul tramonto del sole.
- 3.79.1
Temettero i Corfuotti che i nemici, seguendo T impeto della vittoria, non spingesser la flotta contro la citta, per ripigliar quei eh'erano stati messi nell’isola, o fare qualche altra innovazione. Il perchè tragittarono nuovamente nel tempio di Giunone quelli dell’ isola, e tenevano guardata la città. Ma i Peloponnesi, con tutto che vincitori t non furono osi di navigare contro la città ; e colle tredici navi prese a’ Corfuotti tornarono al luogo di terraferma donde avevano fatto vela. Il dì seguente, quantunque la città di Corfù fosse in gran confusione e timore, non punto meglio però navigarono alla volta di essa, comecché Aldda ne fosse consigliato, siccome narrasi, da Brasida che non aveva autorità eguale a lui ; anzi fecero scala al promontorio di Leucimna , e devastarono Je terre.
- 3.80.1
In questo stato di cose i popolani di Corfù, entrati in gran paura del ritorno delle navi nemiche, conferirono co’supplichevoli eh’erano nel tempio di Giunone, e con gli altri oligarchici, del modo onde potrebbe salvarsi la città. Persuasero alcuni di quelli a montar le navi , attesoché nonostante le turbolenze ne avevano armate trenta « aspettandosi che ricomparirebbe l’armata nemica. Ma » Peloponnesi, dopo aver guastato la campagna fino a mezzogiorno , se n’ eran partiti ; e sul far della notte compresero per i segnali di fuoco che sessanta navi degli Ateniesi si avanzavano da Leucade contro di loro , le quali con l' ammiraglio Eurimedonte di Teucle erano state spedite da Atene, quando s’intese che Corfù era in tumulto, e che vi doveva andare la flotta di Alcida.
- 3.81.1
Adunque i Peloponnesi appena notte si affrettavano di tornare a casa radendo la costa; e trasportate le wi sopra T istmo di Leucade , per non essere osservati nel farne il giro, si riconducono in patria. I Corfuotti udito che le navi attiche si avvicinavano, e che quelle de:nemici se n’ erano andate , accolsero ed introdussero in città i Messenii restati prima di fuori. Ordinarono alle navi che avevano armate di volteggiare dinanzi al porto Ulaico ; ed intanto che queste giravanlo intorno , essi uccidevano qualunque della parte contraria capitasse loro nelle mani ; e cavando per forza dalle navi coloro cui avevano indotti a montarle , li uccidevano. Entrarono medesimamente nel tempio di Giunone, e persuasero da cinquanta di quelli che vi erano rifuggiti a sottomettersi a giuridico processo , e li condannarono tutti a morte. La maggior parte però di quei supplichevoli che non si erano lasciati svolgere, vedendo come le cose procedevano, si uccidevano l' un l' altro ivi nel tempio stesso : alcuni appiccarono sè medesimi agli alberi ; altri poi si toglieano di vita in quel modo che ciascuno poteva. E ne’sette giorni che Eurimedonte dopo il suo arrivo vi si fermò con sessanta navi, i Corfuotti uccidevano quei ch' e’ credevano di parte contraria, dando loro la colpa di sovvertitori dello stato popolare. Alcuni poi furono uccisi per private nimicizie, altri dai debitori che avevan preso denaro in prestanza. Fuvvi insomma ogni genere di morte; nessuna reità fu pretermessa come in simili perturbazioni suole accadere , ed anche delle più inusitate. Imperciocché il padre uccideva il figliolo, e la gente divelta dai templi era li dappresso ammazzata ; ed alcuni furono persino murati dentro al tempio di Bacco , e così morti. Cotanto progredì quella sedizione crudele, che tale parve anche più , perchè nel corso di queste cose ella era stata la prima.
- 3.82.1
Conciossiachè nel tempo appresso Grecia tutta fu, a così dire, in sollevazione, regnando dovunque le sette fra i caporani del popolo ed i fautori dell'oligarchia, stante che quelli gli Ateniesi , questi i Lacedemoni volevano chiamare. E perocché in tempo di pace non aviebbono avuta onesta cagione nè bramosia di invitarli a sè, cosi, rotta ornai la guerra, ben di leggeri in ambe le parti occorrevano alla mente dei novatori adescamenti valevoli a procacciarsi alleanza per nuocere alla fazione avversa, e con ciò stesso avanzare ad un’ora il proprio potere. Duranti le sedizioni piombarono su le città molte e gravi calamita, che di continuo accadono e sempre accaderanno sino a che sia la medesima la natura degli nomini ; tuttoché più violente o più miti e diverse ilella spezie, secondochè caderanno le particolari mutazioni dei fortuiti evènti. Imperocché quando è pace e gli affari prosperano, le repubbliche ed i privati hanno più sano giudizio, perchè non s’imbattono in imperiose necessità : ma la guerra diminuendo a poco a poco l’affluenza di ciò che giornalmente bisogna alla vita, è un maestro violento, e conforma l’indole della moltitudine secondo il presente stato delle cose. Ardeva adunque la sedizione nelle città ; e quelle che più tardi tumultuavano, appunto per l’udita delle cose già avvenute, studiavansi di sorpassare le prime coll’immaginar nuovi pensieri, o ritrovare artificiosi modi del l’assai tare gli altri, ed inusitati supplizi. il consueto significato dei vocaboli a dinotare le cose lo càmbiavano giusta il loro arbitrare : sendochè l’inconsiderata audacia, amichevole coraggio; il cauto indugio, travisata timidità ; la moderazione , immascherata viltà ; la prudenza in checchefosse, assoluta ignavia nominaronsi. All’incontro poi la forsennata precipitauza si annestava all’ essere di valoroso ; la circospezione nel deliberare, bel pretesto a trarsi d’impaccio reputavasi. Ciascun malcontento sempre creduto; chilo contraddicesse, sospetto ; accorto, chi riuscisse nelle sue trame ; più astuto, chi sottomano una ne ordisse per accalappiare il primo ; chi provvedesse in modo da non fargli bisogno di ricorrere
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«i tali cose, era detto un distruttore d’ogni società, uu trasecolato dai nemici. E brevemente, qualunque prevenisse chi mulinava alcun dannp q sobillasse chi ne anche vi pensava, erane commendato. I parenti inoltre erano reputati più stranieri che i compagni, stante che questi erano più prontamente audaci, messo a parte ogni pretesto. Infatti le combriccole di costoro non erano per giovarsi delle vegliauti leggi, ma per sopraffare altri, mandando in un fascio quelle che vigevano. La fiducia da aversi scambievolmente non veniva confermata pel rito religioso, ma per la complicità dei misfatti: le oneste profferte della fazione contraria non per generosità approvavano, ma quando scorgessero che coll5addarvisi resterebbero superiori: il ricambiar di vendetta era avuto in maggior pregio che il non esser di prima offeso. I giuramenti di riconciliazione, se alcuni ve ne furono, valevano per il momento, per l’impossibilità di quei che li facevano, i quali d'altronde noo avevano forze : ma alToccasiope, chi primo fosse ad usare ardire, qualor vedesse il nemico inerme più volentieri a’ vendicava durante la fiducia di lui, che alla scoperta j sì perchè calcolava così la propria sicurezza, sì perchè, sgaratolo artatamente, riportava il vanto di accortezza. Conciossiachè si chiamano più facilmente scaltri molli scellerati insieme, che semplici i buoni ; anzi di questo nome gli uomini si vergognano, di quello si gloriano. Di tutte queste sregolatezze era cagione la sete del comando che da ambizione e da orgoglio procede ; dalle quali due pesti trae origine l ’ ardimento di quelli che nelle sette à mettono in contrasto. Essendoché nelle città i capi delle fazioni, gli uni collo specioso pretesto di preferire la politica uguaglianza popolare, gli altri un discreto reggimento di pochi, aiutavano in nome la cosa pubblica, ma in fatto facevano mercato di essa. U perchè contrastando al postutto di sgarare l' uno l' altro , osavano e
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Compivano le più orribili cose, aggravando le pene noil secondo la regola della giustizia o il vantaggio della Repubblica , ma secondo che le determinava il capriccio che entrambi ne avevano. Non esitavano di empier le loro presenti cupidità, sia col condannare altrui con ingiusto suffragio, sia col procacciarsi, armata mano, superiorità; di sorte che ambe le fazioni nissun riguardo avevano alla religione ; ma quelli cui accadesse coti ispcziosità di parole di fare un bel colpo erano i più reputati ; dove i cittadini che tenevano la via mezzana tra ambe le parti venivano nondimeno trucidati , o per non aver dato mano ad una, o per invidia di vederli fuori del tafferuglio.
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Cosi a cagione delle sedizioni prese piede iit Grecia ogni maniera dì scelleratezza. La ingenuità ( dote principale di un animo nobile) derisa spari ; all’opposto il ridurre la mente in reciproca gara di diffidenza di gran lunga prevalse : non più sicuranza di parole , non più timore di giuramento a terminar queste rùggini : cosicché trovando universalmente più forti ragioni a disperare di ritrovar fiducia , premeditavano piuttosto il modo di non essere offesi, di quello che potessero indursi a fidarsi di chicchessia. I più imbecilli d! ingegno d’ordinario scampavano; stante che temendo della propria insufficienza e dello scaltnmento dei nemici, per non esser sopraffatti dalla loro facondia, e per non essere i primi condotti nella rete dagli agguindoli del loro ingegno, mettevansi ad operare alla sventata. Gli altri poi che reputavano viltà anche il solo farsi a subodorare le trame altrui, e credevano non esser bisogno di afferrar con mano ciò che potevano raggiunger °on P accortezza, privi di difesa più di leggeri venivano oppressi.
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In Corfù adunque prima che altrove furono commesse la maggior parte di queste malvagità non solo, toa quante mai un popolo comandato con orgoglio piuttosto che con moderanza da quei che lo hanno afflitto, ne può commettere per contraccambio di vendetta; e quante altre mai contro ogni giustizia sono pronti ad approvare qon solo quelli che bramano distrigarsi dalla consueta miseria , massime se desiosi delle cose altrui per le calamità in cui trovansi, ma quelli ancora che, non tanto per cupidigia di soverchiare, quanto specialmente per principio di uguaglianza, dieno addosso al nemico ; e trasportati più del giusto da trasmodata ira, v’ insistano con crudeltà inesorabile. Perturbato in questo tempo nella città ogni ordine della vita, la natura dell’uomo inchinevole a delinquere contro le leggi, fatto di esse tutte un fascio, fu ben paga di mostrarsi inabile a frenar le passioni, superiore a tutto ciò che sapesse di giustizia, e nemica di chi fosse da più. Conciofossechè in una situazione politica ove la gelosia di parte non avesse avuto forze da nuocere, non avrebbono preferito a quanto v' ha di più sacro la vendetta, nè al rispetto degli altrui dritti il guadagno. Tanto è vero che le comuni leggi risguardanti questi punti per le quali a chicchessia , trovandosi oppresso, resterebbe speranza di salvezza, gli uomini nel bollor della vendetta non guardano a distruggerle ed abolirle tutte, poniamo anche che alcun di loro venir possa in tal pericolo da aver bisogno di esse.
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Tali pertanto furono i rancori con cui prima degli altri si afflissero scambievolmente i Corfuotti di città. Eurimedonte e gli Ateniesi partirono con la flotta. Appresso , i fuorusciti di Corfù, dei quali erano scampati intorno cinquecento, occuparono le fortezze di terra ferma, ri" maser padroni delle loro terre di là dal mare, donde uscivano per depredare quei dell’ isola, e vi facevano danni considerabili ; talché nacque nella città forte carestia. Spedivano altresì de’ legati a Sparta e a Corinto circa il rimpatriare: ma come non ottenevano nulla, qualche tempo dopo allestito delle navi e soldati ausiliari, presso seicento in tutti, tragittarono nell’ isola. Arsero quindi le navi acciò non restasse altra speranza che nell’ impadronirsi del luogo ; e saliti sul monte Istone vi si fabbricarono dei forti ; e così padroni della campagna molestavano grandemente quei di città.
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Sul finire della medesima estate, venuti a guerra i Siracusani e i Leontini in Sicilia, gli Ateniesi vi spedirono venti navi, capitanate da Lachete di Melanopo , e da Carcadè di Cufileto. Erano in lega co’ Siracusani, se si eccettuino i Camarinei, tutte le altre città doriche le quali sin dal primo incominciamento delle ostilità si erano collegate con gli Spartani, ma non erano concorse alla guerra con essi. Stavano per i Leontini le città calcidiche e Camarina. In Italia i Locresi erano co’ Siracusani ; coi Leonlim quei di Reggio , perchè del medesimo sangue. Gli alleati adunque de’ Leontini spedirono ad Atene , e tra per l’antica alleanza e perchè discendevano dagli Ioni, inducono gli Ateniesi a dovere inviar loro navi, giacché erano bloccati da’ Siracusani per mare e per terra. Gli Ateniesi poi spedirono le navi col pretesto della parentela ; ma in effetto intendevano d’impedire che di là si conducessero i frumenti nel Peloponneso, e di fare il primo tentativo se fosse possibile di sottomettersi la Sicilia. Fermatisi dunque a Reggio d’Italia facevano la guerra insieme co’ loro alleati, e finiva l' estate.
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Sopravvenendo P inverno la pestilenza, che sebbene avesse fatto qualche tregua non era però mai cessata affatto , assalì di nuovo gli Ateniesi. Questa seconda volta ella duro bene un anno , dove la prima non meno di due ; talché non vi è disastro che abbia più di questo oppresso gli Ateniesi e infievolitane la potenza ; perocché nei loro eserciti mancarono meglio di quattromilaquattrocento soldati di grave armatura, e trecento di cavallena. Il numero poi dell' altra moltitudine non si può rinvenire. Furonvi inoltre frequentissimi i terremoti sì in Atene che nella Eubea e tra' Beozi, specialmente ad Orcomeno.
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Questo medesimo inverno gli Ateniesi in Sicilia uniti co' Reggini andarono con trenta navi contro le cosi dette Isole di Eolo , attesa l' impossibilità di andarvi ad oste d’ estate , per la mancanza delle acque. Le posseggono i Liparesi che sono coloni degli Gnidi , ma ne abitano una sola, non grande, chiamata Lipari, dalla quale escono per coltivare le altre, Didinla, StrOngila e Iera. La gente di quei luoghi crede che in Iera eserciti Vulcano l’arte del fabbro , perchè ella si vede di notte mandar fuori gran fuoco, e di giorno fumo. Giacciono queste isole in faccia alla costa de’ Siculi e de’ Messinesi, ed erano nella lega de’ Siracusani. Gli Ateniesi ne corsero la Campagna, ma poiché elle non facevano vista di rendersi, rinavigarono ai Reggio ; e finiva l’inverno e l’anno quinto di questa gilerra descritta da Tucidide.
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Al venire dell’estate i Peloponnesi, e i loro alleati, sotto la condotta di Agide figliolo di Archidamo re degli Spartani, arrivarono fino all’ istmo , risoluti di assaltar l’Attica ; ma essendo accaduti molti terremoti, voltarono indietro, e fu frastornato l’assalto. Quasi ni tempo stesso, a causa dei terremoti che persistevano tra gli Orobii dell’Eubea, il mare ritirossi da quel punto che allora era terra, e gonfiatosi con gran fiotto rivenne sopra ufi quartiere della città, e parte sommerse, parte lasciò asciutto ; che però è adesso mare quel che prima era terra : talché morirono tutti quelli che non furono in tempo a correr su le alture. Medesimamente ad Atalanta , isola appartenente a’ Locri Opunzii, avvenne altrettale inondazione che rovinò parte del forte degli Ateniesi, e scassinò una delle due navi che vi erano tirate a secco.
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Fuwi altresì a Pepareto una forte marea ma non fece allagamento- Parte delle mura ed il Pritaneo con altre poche case furono sprofondate dal terremoto ; il quale è a mio credere di tali fenomeni la causa ; e dove è più violento, ivi rimuove furiosamente il mare, che in un attimo risospinto indietro produce più violenta inondazione : caso che senza terremoto credo impossibile che si dia.
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Nella estate medesima diversi popoli guerreggiavansi in Sicilia, come a ciascuno occorreva ; e principalmente combattevano i Siciliani tra loro propio, e gli Ateniesi uniti co9 loro alleati : ma io non rammenterò che quelle cose le quali soprattutto meritano d’ essere menzionate, e le quali adoperarono gli Ateniesi con gli alleati, o furono dagli avversari operate contro gli Ateniesi. Dico adunque, che poiché dai Siracusani fu morto in guerra Careade generale degli Ateniesi, Lachete, avendo il comando dell’ intera flotta, portò con gli alleati le armi contro Mila de’ Messinesi. Erano di guarnigione in Mila due insegne di Messinesi, ed avevano teso agguati alle truppe sbarcate dalle navi ateniesi. Ma questi con gli alleati fugano la gente dell’imboscata, molti tagliano a pezzi ; investono il forte, ed obbligano quei che eran dentro a rendere per trattato la rocca, e ad unirsi con loro per andar contro Messina. Dopo di che i Messinesi medesimi, al presentarsi degli Ateniesi co’loro alleati, si arresero col patto di consegnare ostaggi, ed offrire ogni altra guarentigia.
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Nella medesima estate gli Ateniesi spedirono attorno al Peloponneso trenta navi sotto la condotta di Demostene figliolo di Alcistene e di Prode di Teodoro ; ed altre sessanta a Melo con duemila soldati di grave armatura capitanate da Nicia di Nicerato. Volevano essi soggettarsi i Melii che sono isolani, i quali non intendevano nè di obbedire nè di entrare nella loro lega. Ma visto poi che con tutlo il guasto dato alla loro campagna e’uon si arrendevano, fatta vela da Melo navigarono per alla volta di Oropo situato sulla costa di faccia a Melo. vi diedero fondo sul far della notte , e subito le milizie gravi scese dalle navi marciarono per terra a Tanagra della Beozia. Fu dato il segnale , e il popolo di Atene a stormo andò per terra ad incontrarle al medesimo luogo, guidato da Ipponico di Callia , e da Euriinedonte di Teucle. Accampatisi nel territorio taaagrese il giorno stesso vi diedero il guasto e vi pernottarono. il giorno dipoi superarono in battaglia i Tanagresi, che avevano fatto una sortita insieme con alcuni Tebani venuti loro in rinforzo, a’quali tolsero pur le armi: alzato poscia il trofeo, la gente di Atene ritornò a casa e i soldati alle navi. Nicia procedendo marina marina con le sessanta navi depredò le costiere della Locride, e tomossene a casa.
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Circa il medesimo tempo gli Spartani fondarono la colonia di Eraclea nella Trachinia con quest’intenzione. Tutti i Meliesi sono divisi in tre parti , Paralii, Jerei e Trachinii. Or tra questi gli ultimi, afflitti dalla guerra degli Etei loro confinanti, erano stati da principio sul punto di unirsi agli Ateniesi ; se non che poi temendo che non sarebbero fedeli eleggono Tisameno ambasciatore per a Sparta. Unironsi a questa ambasceria i Doriesi, che sono la città madre degli Spartani, per richiederli delle medesime cose, perocché si trovavano aneli’essi travagliati dalla guerra degli Etei. Gli Spartani udito dò presero il partito di spedirvi colonia, intendendo di soccorrere i Trachinii e i Dori, ed insieme giudicando' che la città sarebbe opportunamente situata per la guerra contro gli Ateniesi ; perchè vi si potrebbe allestire una flotta quasi addosso all’Eubea, sicché breve ne fosse il tragitto; e potrebbe esser vantaggiosa per passar nella
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Tracia. Insomma erano tutti intesi a fabbricare questa città. Però prima di tutto consultarono l’oracolo di Delfo, il quale avendo acconsentito, vi mandarono ad abitarla gente di loro stessi e de’ circonvicini : ed invitavano qualunque degli altri Greci cui piacesse seguirli, fuori che gli Achei , gli Ionii e qualche altra gente. Furono capi di quella colonia tre dei Lacedemoni, Leone , Alrida e Damagone, i quali giunti colà fabbricarono sino dalle fondamenta la città che ora ha nome Eradea, distante dalle Termopile circa quaranta stadi, e venti dal mare; e prepararono arsenali cominciandone l’edifizio alle Termopile, propio in su lo stretto, acciò fossero meglio difende voli.
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L’esser concorsi tanti coloni a fabbricar questa città diede sul bel principio sospetto agli Ateniesi che la credevano innalzata a minacciar l' Eubea, essendo breve il tragitto a Ceneo di Eubea stessa. Nondimeno la cosa riuscì contro la loro credenza \ perchè non fu per essi di verun pregiudizio, a cagione che i Tessali padroni dei castelli di quelle vicinanze , e nel suolo de quali si fabbricava la città, temendo avrebbero vicini prepotenti , li tribolavano, e di continuo facevan guerra a quella gente stanziata di fresco , finché non gli ebbero rifiniti, sebbene in principio fossero in grandissimo numero. Imperocché riflettendo che fondatori ne erano gli Spartani, ognuno vi concorreva con fiducia, persuaso che la città avrebbe stabilità. Se non che quei Lacedemoni stessi i quali andavano al governo di essa la perderono e scemaronne la popolazione, spaventando il popolo col loro severo e talvolta non onesto reggimento ; onde i circonvicini meglio poterono superarla.
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Nella medesima estate e quasi al tempo stesso m cui gli Ateniesi si trattenevano a Melo, gli altri Ateniesi delle trenta navi che stavano in crociata intorno al
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Peloponneso primieramente sorpresero con aguati presso Ellomeno della Leucadia, ed uccisero alcune guarnigioni ; e dipoi con armata più numerosa andarono contro Leucade, unitamente a tutti gli Acarnani che, eccettuati gli Eniadi, li seguivano a pieno popolo, con gli Zacintii e i Cefalleni, più quindici navi di Corfuotti. Sopraffatti i Leucadii da tanta moltitudine non si movevano , benché vedessero darsi il guasto alla campagna si fuori che dentro l' istmo, ove è Leucade stessa ed il tempio di Apollo. Gli Acarnani pregavano Demostene generale degli Ateniesi a riserrarli con un muro, sperando che facilmente li espugnerebbero , e si disbrigherebbero dì una città sempre loro nemica. Ma nel medesimo tempo i Messenii persuadono Demostene, che avendo riunito si numeroso esercito, sarebbe per lui onorevole impresa assalire gli Etoli perchè nemici di Naupatto : vincendo i quali ridurrebbe agevolmente in potere degli Ateniesi anche il rimanente di quel tratto dell9 Epiro ; essere sì bene gli Etoli popolo grande e guerresco , ma abitando a borgate molto tra loro distanti e senza mura, ed usando solo di armatura leggera, non sarebbe difficile soggiogarli prima che potessero riunirsi a oomune soccorso a invadesse ( lo confortavano ) prima gli Apodoti, quindi gli Ofionesi, dopo loro gli Euritani ( che sono la parte più grande degli Etoli, e come è fama, hanno linguaggio ignotissimo, e si cibano di carni crude) ; perchè soggiogati costoro fa« cilmente anche gli altri calerebbero agli accordi.
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Condiscese Demostene alle voglie dei Messemi, tra perchè erano essi bene di lui, e soprattutto perchè avvisava che senza nuove genti di Atene, ma solo con gli alleati dell’ Epiro e con gli Etoli, traversando le terre dei Loori Ozolii fino a Citinio della Doria che ha sulla destra il Parnaso , sarebbe venuto a capo di entrare in Beozia , che confina coi Focesi ; per poi scendere tra i
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Focesi stessi : i quali pensava che a cagione della perpetua amicizia in che erano stati sempre con gli Ateniesi unirebbero cón lui di buona voglia le loro armi, o si sarebbero potuti costringere per forza« Per lo che fatto vela da Leucade con tutta l' armata , a malgrado degli Acarnani scorreva la costa fino a Sollio. Ivi comunicò il suo disegno con gli Acarnani che, per noti avere egli cinto di mura Leucade, non lo approvarono ; ond’ ei col resto dell' esercito , composto di Cefalleni, Messemi e Zacintii , e con trecento Ateniesi che militavano sulle sue navi (essendo già partite le quindici de' Corfuotti ) portò le armi contro gli Etoli, mosso il campo da Enone della Locride. I Locri Ozolii di questi luoghi erano alleati , e dovevano con tutte le loro forze riunirsi con gli Ateniesi nei luoghi mediterranei. Imperocché essendo confinanti degli Etoli ed usando la medesima armatura , pareva che col concorrere al]’ impresa sarebbero di gran vantaggio, attesa la pratica che avevano del guerreggiare di quelli e del paese.
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Egli adunque coll' esercito pernottò nel recinto sacro a Giove ttemeo (ove si dice che dalla gente del paese fu morto il poeta Esiodo , secondo l’oracolo che gli avea predetto arebbe sofferto ciò in Nemea) , e sili far dell’aurora mosse il campo per alla volta di Etolia. Nel primo dì prende Potidania , nel secondo Crocilio, nel terzo Tichio, ove fece alto, e mandò il bottino ad Eupolio della Locride ; avendo egli intenzione di conquistar prima gli altri luoghi, e ricondursi a Naupatto, per quindi combattere gli Ofionesi qualora e’ non volessero arrendersi. Queste mene però non erano ignote agli Etoli neanche quando ei dapprima le macchinava ; e non sì tosto si presentò con l’esercito , che accorsero tutti contro lui con numerose soldatesche ; e fino i Bomiesi e i Calliesi i che sono gli ultimi tra gli Ofionesi e si stendono fino al golfo Meliaco, non istettero a vedere.
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Ma i Messemi davano a Demostene lo stesso consiglio di prima : ripetevano la presa degli Etoli sarebbe facile : lo confortavano assalisse subitamente le borgate: non aspettasse che tutti riuniti insieme potessero largii fronte ; e cercasse di prender quella che a mano a mano gli si parasse innanzi. Egli vi acconsenti, e fidato alla fortuna che non gli era nulla contraria, senza aspettare i Locri che doveano venire in rinforzo, perocché il suo principal bisogno era di saettatori armati alla leggera, marcia sopra Egitio, e al primo assalto lo espugna ; essendoché gli abitanti si sottraevano colla fuga, e si eran fermati sulle colline che soprastano la città , situata essa pure io luoghi alti, e distante dal mare intorno di ottanta stadi. Ma gli Etoli accorsi già alla difesa di Egitio si avventano sugli Ateniesi e su’ loro alleati, precipitando chi di qua chi di là dalle alture, e scagliando dardi sovra loro : e se gli Ateniesi si avanzavano , essi davano indietro ; se cedevano , gli caricavano. Durò un pezzo questa zuffa di incalzare e ritirarsi, e nell’ uno e nell’ altro modo pativano gli Ateniesi.
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Nondimeno finché i loro arcieri ebbero saette e lena da servirsene, erano essi che reggevano la battaglia; poiché gli Etoli armati leggermente venivano rintuzzati dalle frecce : ma quando gli arcieri, morto il comandante, si sbandarono , allora, spossati gli Ateniesi e da gran tempo oppressi da quel medesimo travaglio, e dall’ altra parte saettati ed incalzati dagli Etoli, voltate finalmente le spalle fuggivano ; ed incappando in de’ borri senza nascita , ed in luoghi de’ quali non eran pratici ( essendo morto Cromone messenio che insegnava loro le strade)» erano sperperati. all' opposto gli Etoli essendo spediti al corso ed armati alla leggera li dardeggiavano ; e giùgnendoli dappresso in quella che davano le spalle, molti ne uccidevano : mentre i più che smarrite le strade a erano ingolfati in un bosco senza uscita, appiccatovi il fuoco rimasero tutti arsi. Co si fuvvi nel campo ateniese ogni maniera di fuga e di morte : quel che la scamparono penarono molto a ricovrirsi al mare , e ad Enone della Locride, donde eran part:ti. Mancarono in questo fatto molti alleati, e circa centoventi Ateniesi di grave armatura ; perdita grandissima perchè erano tutti sul fiore dell’età e di valore non ordinario ; e morì anche Procle uno de’ due generali. Gli altri, riavuti dagli Etoli i cadaveri con saivocondotto , tornarono a Naupatto, e poi si ricondussero colla flotta ad Atene. Ma Demostene che per queste cose temeva degli Ateniesi, restò nelle vicinanze di Naupatto e di quei luoghi.
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Al tempo medesimo gli Ateniesi che erano intorno alla Sicilia navigarono contro la Locride, e sbarcando a terra vinsero i Locri venuti a rispingerli, e prendono Peri polio città situata sul fiume Alece.
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Parimente in questa estate gli Etoli che trovandosi assaliti dagli Ateniesi avevano già spedito ambasciatori a Corinto e a Sparta Tolofo osionese , Boriade euritane e Tisandro apodoto, persuadono coteste città a mandare iti grazia loro delle truppe contro Naupatto. Laonde i Lacedemoni spedirono verso l’autunno tremila di grave armatura presi dagli alleati, cinquecento de’ quali erano di Eraclea nella Trachinia , città fabbricata d’allora. Guidava queste genti Euriloco nobile di Sparta , cui seguivano Macario e Menedeo nobili spartani anch’ essi.
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Riunitosi questo esercito a Delfo, Euriloco «pedi un araldo ai Locri Ozoliì perchè gli bisognava traversare le loro terre per andare a Naupatto, ed insieme perchè voleva staccarli dagli Ateniesi. Tra i Locri favorivano Euriloco gli Amfissei (perchè temevano dei Focesi loro nemici) i quali furono i primi a dare ostaggi, e col timore dell’esercito che si avanzava indussero a dargli anco gli altri ; in principio i soli Mionesi loro confinanti per dove è difficile l’accesso nella Locride ; poi gl’ Ipnei, i Messapii, i Tritei, i Callei, i Tolofoni, gli Essii e gli Eantesi, tutti i quali popoli si unirono con Euriloco. Gli Olpei diedero ostaggi ma non lo seguitarono , e gli lei non diedero neppur gli ostaggi sino a che non fu preso un loro borgo che aveva nome Poli.
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Ma Euriloco poiché ebbe ordinato il tutto, e depositati gli ostaggi a Citinio della Doride, marciava coll’esercito contro Naupatto traversando i Locri ; e per via prende due de’ loro castelli Eneone ed Eilpolio che avevano rifiutato unirsi a lui. Pervenuti poi in su quel di Naupatto insieme con gli Etoli già corsi in rinforzo, ne saccheggiarono la campagna , ed occuparono il suburbio che era senza mura ; ed avanzatisi a Molicrio colonia dei Corintii, ma soggetto agli Ateniesi, lo espugnano. Demostene l’ateniese, che dopo gli avvenimenti dell’ Etolia si tratteneva ancora nelle vicinanze di Naupatto , presentito l’arrivo di quest’ esercito, e temendo di quella città , si presenta agli Acarnani, e gl’induce a recarvi soccorso, quantunque difficilmente per la sua ritirata da Leucade. Spediscono con lui sulle navi mille di grave armatura , i quali entrati nella città la salvarono : poiché vi era molto pericolo che , grandi essendo le .mura, quei pochi che vi erano a difesa non potessero resistere. Laonde Euriloco e le sue genti, quando intesero esservi entrate quelle truppe , e divenuto impossibile espugnare a viva forza la città , si ritirarono non già nel Peloponneso ma nell’Eolide, chiamata ora Calidona, ed in Pleurona e in altri luoghi di quei dintorni, ed in Proschio dell’ Etolia. E ciò perchè gli Ambracioti eran venuti persuadendoli si unissero con loro ad assaltare Argo Amfilochico e il resto dell'Amfilochia e l’Acarnania : protestando , che vinti questi luoghi, tutto Epiro verrebbe all’alleanza dei Lacedemoni.
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Accettò Euriloco il partito ; e licenziati gli Etoli si tratteneva col suo esercito in quei luoghi senza darsi alcun moto finché non fosse bisognato dar mano agli Ambracioti, usciti che fossero in campagna per l’impresa d'Argo ; e finiva l’estate.
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L’inverno seguente gli Ateniesi che erano in Sicilia, co' Greci loro alleati, e con quei Siciliesi che oppressati da duro imperio s’ erano staccati dalla lega dei Siracusani e gli aiutavano in questa guerra, andarono a dar l'assalto a Nessa , castello della Sicilia, la cui rocca tenevasi pei Siracusani : nou vennero a capo di prenderla e partirono. Ma i Siracusani del forte, mentre l’esercito si ritirava, assalgono gli alleati degli Ateniesi che erano alla coda; ed azzuffatisi, mettono in fuga buona parte dell’esercito stesso con grande strage. Dopo questa rotta Lachete con gli Ateniesi fecero parecchie volte scala dalle navi lungo il fiume Caicino nella Locride , e vinsero in un conflitto circa trecento Locri che con Prosseno figlio di Capatone vollero opporsi loro ; gli disarmarono, e quindi continuarono la loro gita.
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Nel medesimo inverno gli Ateniesi purgarono Deio per iscrupolo di un certo oracolo. L’avea purgata di prima anche Pisistrato il tiranno , non però tutta interamente , ma quanta se ne scorgeva dal tempio. Ora però ella fu purgata tutta con queste cerimonie. Tolsero via quante arche di morti erano in Deio ; e bandirono che per l' avvenire nessuno fosse lasciato morire nell’ isola, e le donne non vi dovessero partorire; ma i moribondi e le partorienti si trasportassero in Renea , la quale è distante da Deio si poco che Policrate tiranno di Samo, stato per qualche tempo potente in flotta e padrone di altre isole, quando ebbe conquistato Renea la consacrò ad Apollo De l»o, legandola con una catena a Deio. Allora per la prima volta dopo la purgazione celebrarono gli Ateniesi le feste
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