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Della storia di Tucidide volgarizzata libri otto.

Perseus Greek · Perseus Greek · 1,008 sections

  1. 1.80.1

    « Ed io e voi che qui véggo della mia età, o Lacedemoni, abbiamo già di più d' una guerra esperienza ; così che non è da credere che alcuno o per imperizia la guerra desideri ( lo che a molti intervenir potrebbe ), o perchè la creda cosa utile e sicura : ma voi troverete questa guerra intorno a cui deliberate, non essere per riuscire di piccol momento, ove alcuno si faccia a saggiamente considerarla. Conciossiachè difronte ai Peloponnesi ed ai confinanti noi abbiam forze quasi eguali, e prontamente possiamo recarci contro ciascuno di essi : ma contro a genti che abitano terre lontane, e per aggiunta bravissime in mare, e di tutte cose ottimamente fornite , di pubbliche e private ricchezze, di navi, cavalli, armi e soldatesca quanta non è in Verun altro luogo della Grecia, con di più molti alleati tributari ; come mai incontro a costoro hassi ad intraprendere francamente la guerra ? Ed a che affidati, senza apparecchiamenti affrettarsi cotanto ? Forse alle navi ? ma ne siamo al di sotto : e se vorremo esercitarvict in modo da star loro a fronte, egli abbisogna di tempo. Forse ai denari ? ma anche in ciò siamo molto inferiori : noi non abbiamo nè pubblica , nè privata pecunia per contribuir prontamente.

  2. 1.81.1

    « Havvi forse chi prenda fidanza dii nostro maggior numero di soldati gravi per penetrare nel loro territorio e scorrazzarlo? E bene i hanno essi altre e vaste terre ove comandano , e suppliranno dalla parte di mare ai loro bisogni. Se poi proveremo a ribellare i loro alleati, farà di mestieri Jmche a questi, per lo più isolani, portar soccorsi di navi. Qual esito» adunque avrà questa nostra guerra ? Perocché se non avremo maggiori forze di mare , o non priveremo loro delle rendite onde mantengono le flotte, sarà più la perdita del guadagno ; nè allora sarà più decoroso l' aggiustamento , soprattutto se parrà essere noi stati i cominciatori della contesa. Ah ! non ci lasciamo, perdio, gonfiare il petto dalla speranza che col guasto delle loro terre sia per cessare presto la guerra ; che io temo abbia anzi ad essere l' eredità dei figlioli. Tanta ragione v' è di credere che i superbi Ateniesi non vogliano essere schiavi delle loro terre ; o, a modo che inesperti, sgomentarsi della guerra.

  3. 1.82.1

    et Nulladimeno io non vi consiglio a lasciar bonariamente che essi offendano i nostri alleati, e a non cercare di sorprenderli nelle loro trame ; bensì a non muover l' armi per adesso : a inviar legati facendo le vostre rimostranze , senza manifestarvi nè incitati troppo alla guerra , nè disposti a lasciarli fare : a ordinare in questo mezzo le cose nostre col guadagnarci alleati e Greci e barbari, dondechè aggiungere ci possiamo rinforzo di navi o di denaro. Nè già è riprendevole quegli che insidiato come noi dagli Ateniesi, cerca salvezza, coll’ aiuto dei barbari non che dei Greci solamente. Al tempo istesso produciamo anche le forze che abbiamo in proprio. Se porgeranno punto orecchio ai legati, bene : se no, passati due o tre anni, allora meglio preparati, andiamo se vi aggrada contro di loro. E forse al vedere già pronti gli apparecchi f e con questi consonare i nostri discorsi, inchineranno viemeglio a cedere ; tanto più che, possedendo intatte le loro campagne, delibererebbero su beni tuttora in essere, e non per anche devastati. Perciocché voi non dovete riguardare le loro terre se non come uno ostaggio che avete, e di tanto maggiore importanza quanto meglio elle sono coltivate. Laonde bisogna risparmiarle il più lungamente possibile , per non ridurli alla disperazione guastandole , e cosi averli più inespugnabili. Ed invero se pressati dalle querele degli alleati le diserteremo prima d' esser bene in ordine , badate che non ci avvenga di procacciar maggior vergogna e imbarazzo al Peloponneso. Conciossiachè le querele tra le città , e quelle tra' privati si possono diffinire : ma se per vantaggio di un popolo particolare, ci uniremo tutti a imprender guerra, della quale non è concesso sapere l’evento , non sarà poi facile acconciarla dignitosamente.

  4. 1.83.1

    « Nè sembri ad alcuno codardia che molti non vadano tostamente contro una città sola , perciocché hanno anche gli Ateniesi non manco di noi alleati che pagano tributo. Or la guerra si regge col denaro più che con le armi ; desso è che rende utili le armi medesime, spezialmente per gente di terraferma contro gente di mare. Cominciamo adunque dal procacciarlo : e prima d’averlo non ci lasciam trasportare dalle parole degli alleati : anzi noi, che nell' alternar delle consegue!ize saremmo reputati la cagion potissima di esse, noi stessi preconsideriamole pacificamente.

  5. 1.84.1

    « Inoltre riflettendo che abitiamo città stata sempre libera e rinomatissima , non vi prendete a vergogna quella lentezza procrastinante che più di tutto ci si rimprovera : conciossiachè affrettandovi , avrete altresì manco modo di tornare in riposo, appunto perchè entrati in guerra senza apparecchi ; laddove questa stessa lentezza può esser piuttosto prudente moderazione. Il perchè noi non insolentiamo nelle prosperità , e mcn degli altri cediamo ai disastri : eccitati con lodi a pericolosi cimenti, se ragione non lo consente , non ci gonfia il piacer della lode ; e se taluno con riprensione ci punga, non per questo adirati mutiamo consiglio. Ed è questo buon ordine che ci rende valorosi e prudenti : valorosi perchè in fatto d’ onore ha gran parte la modestia, come nella magnanimità la vergogna ; prudenti, perchè educati in modo da non saper spregiare le leggi, e per severità di disciplina moderati a seguo da non contravveuire a quelle. La nostra saviezza non consiste già in cose frivole, cosicché bravi n biasimar colle parole gli apparecchi dei nemici, non siamo poi altrettali ad assalirli di fatto ; ma giudichiamo che i pensamenti degli altri sono presso a poco simili ai nostri, e che i fortuiti avvenimenti delle cose non possono diciferarsi con mia diceria. Ci prepariamo col fatto, supponendo i nemici fomiti di senno : conciossiachè le speranze non vogliono esser fondate sulla aspettativa dei loro sbaj gli, ma sulla fiducia del cauto nostro antivedimento : nér vuoisi credere differir molto un uomo dall’altro, mà generoso sopra tutti colui che crebbe alla scuola dellé più forti necessità.

  6. 1.85.1

    « Non tralasciamo adunque costumanze di tal fatta trasmesseci dai padri, e la cui pratica noi stessi esperimentammo sempre vantaggiosa ; nè ci affrettiamo a deliberare in breve particella di giorno su gran numero di persone , di ricchezze, di città e su la nostra stessa reputazione : facciamolo anzi posatamente, giacché a noi, più che ad altri, ne porge il modo la nostra potenza. Spedite anche legati ad Atene , rispetto a Potidea ed ai torti cui gli alleati dicono ricevere ; tanto più che gli Ateniesi son pronti a renderne ragione : or chi è pronto a render ragione non vuoisi tosto assalire come ingiuriatore. Al tempo istesso però preparatevi per la guerra. Queste per voi saranno le risoluzioni migliori, e le più atte a intimorire i nemici ». Cosi parlò Archidamo : ma in contrario Steneleida, allora uno degli Efori, presentatosi l' ultimo tenne ai Lacedemoni questo discorso.

  7. 1.86.1

    « Io per me non intendo la lunga diceria degli Ateniesi : per sè molti elogi , senza punto negare i torti commessi contro i nostri alleati e contro il Pelopenneso. Che se allora virtuosi nel resistere ai Medi, male oggi procedono con noi, meritano doppia pena, perchè di buoni divenuti malvagi : all’ incontro noi siamo gli stessi ed aU lora e adesso ; e se abbiamo fior di senno non ci rimarremo indifferenti sugli oltraggi degli alleati, nè tarderemo a soccorrerli, mentre i loro mali trattamenti non hanno indugio veruno. Hanno sì bene gli Ateniesi denaro, navi e cavalli ; e noi abbiamo de’ buoni alleati che non debbono lasciarsi loro in preda : nè con giudizi o con parole si vuole decidere, mentre anch' essi non sono offesi a parole, ma vendicarli prontamente e con tutto il vigore, E nissun c’ insegni f che a noi offesi meglio convenga deliberare ; quando deliberar lungamente conviene piuttosto a coloro che vogliano offendere. Decretate adunque , o Lacedemoni, la guerra , oome vuole il decoro di Sparta, e non lasciate ingrandir gli Ateniesi. Ah ! non siamo i traditori degli alleati, ma affidati al favor degli Dei portiamo la guerra a coloro che gli oltraggiano ».

  8. 1.87.1

    Detto ciò , egli stesso come Eforo ne propose il partito all9 adunanza dei Lacedemoni ; ed avvegnaché si desse il voto a voce e non col lapillo, disse non distinguere qual voce fosse maggiore: e volendo che col dichiarare scopertamente il loro voto fossero più animati per la guerra , ordino così : « Chi di voi, o Lacedemoni, crede rotti gli accordi e rei d’ oltraggio gli Ateniesi, si porti colà (additando il posto), altrimenti vada dall’altra parte », Alzaronsi, presero posto distintamente , ed assai più furono quelli che opinavano per la rottura degli accordi. Allora introdussero anche gli alleati, e dissero aver quanto a sé deciso , l’ingiustizia essere dal lato degli Ateniesi, ma che invitati tutti gli alleati , gradivano vi aggiugnessero essi pure il loro voto, perchè fosse comune la deliberazione di far guerra, se così loro piacesse. Ciò fatto i legati dei confederati tornarono a casa , e quindi quelli ancora degli Ateniesi, dopo trattati gli affari per i quali erano venuti. Questo decreto dell’ assemblea che dichiarava rotte le tregue fu fatto correndo l' anno quattordicesimo delle convenzioni stipulate dopo i fatti dell' Eubea.

  9. 1.88.1

    I Lacedemoni poi decretarono esser rotte le tregue e doversi far guerra, non tanto perchè erano persuasi delle lamentanze degli alleati, quanto ancora perchè temevano che gli Ateniesi non venissero a maggiori ingrandimenti , giacché ornai vedevano soggetta loro la maggior parte della Grecia.

  10. 1.89.1

    Erano infatti gli Ateniesi pervenuti al primato degli affari , lo che fu mezzo ai loro avanzamenti, per questo modo. Dappoiché i Medi vinti da’ Greci per mare e per terra ritiraronsi dall’ Europa, e restarono distrutti quelli tra loro che si erano ricovrati sulle navi a Micale, Leotichida re dei Lacedemoni, condottiere dei Greri a Micale ritornò in patria conducendo seco gli alleati del Peloponneso : gli Ateniesi poi, e con loro i confederati delT Ionia e dell’Ellesponto, che già s’ erano ribellati al re, fermaronsi all’ assedio di Sesto occupato dai Medi ; ove restarono tutto P inverno, e si impadronirono della città da cui i barbari sloggiarono. Dopo ciò fatta vela dall’ Ellesponto tornarono ciascuno alle loro città ; e il comune degli Ateniesi, partiti che furono i Medi dal lor territorio , riportava subito di là , ove erano stati celatamente depositati , i figli, le mogli e le salvate masserizie. Poscia disponevansi a rifabbricar la città e le mura , poiché del circuito di queste piccoli brani rimanevano , e delle case moltissime erano rovinate, e sole quelle avanzavano ove erano alloggiati i magnati persiani.

  11. 1.90.1

    Accortisi i Lacedemoni di quello che era per avvenire, andarono in ambasceria ad, Atene, non tanto perchè avrebbero aneli’ essi meglio gradito che nè Ateniesi nè altri avessero mura, ma principalmente perchè erano istigati dai confederati e temevano la numerosa flotta degli Ateniesi, la quale poco innanzi non esisteva , e l’ardimento da loro mostrato nella guerra col Mcdo. Però li pregavano a non edificare le mura, e piuttosto ad unirsi con loro a demolire il giro di quante tuttora sussistessero fuori del Peloponneso. Kè già esponevano all’adunanza le intenzioni e i sospetti dell’ animo loro verso Atene ; ma solo dimostravano che in questo modo il barbaro , in una seconda invasione, non troverebbe luogo munito onde muoversi, come aveva testé fatto da Tebe; e che bastava il Peloponneso a dar ricovero a tutti, per quindi accorrere alla propria difesa. Gli Ateniesi, per consiglio di Temistocle, a questi discorsi dei Lacedemoni risposero : manderebbero legati a Sparta per trattar delle cose da loro esposte : e tosto gli accomiatarono. E Temistocle gli andava consigliando , spedissero immediatamente lui medesimo a Sparta , e non mandassero subito gli altri deputati oltre a lui ; indugiassero anzi fino a che non avessero alzate le mura al punto necessario alla difesa ; tutta la gente di città, nullo eccettuato, uomini, donne , ragazzi prestassero mano al lavoro di quelle ; non la perdonassero a pubblico o privato edilizio, da cui potesse trarsi vantaggio all’opera , ma tutti gli demolissero. Dati questi avvisi, soggiunse che egli stesso tratterebbe colà del rimanente, e partì. Arrivato a Sparta non si accostava ai magistrati, trovando pretesti per temporeggiare : e quantunque volte alcun magistrato lo domandasse perchè non si presentava alla pubblica adunanza , rispondeva : aspettare i suoi colleghi rimasti indietro per qualche bisogna , attenderne pronto l' arrivo, e maravigliarsi che ancor non fossero giunti.

  12. 1.91.1

    In udendo ciò, per l' amicizia che avevano con Temistocle credevano alle parole di lui; nondimeno giunti alcuni altri, e ragguagliando chiaramente che le mura si edificavano, e che già erano di qualche altezza, non sapevano come non credervi. Temistocle accortosi di ciò li consiglia a non lasciarsi illudere da discorsi, ma spedire alcuni di loro, personaggi dabbene, i quali osservata la cosa, la riferissero fidatamente. Si spediscono. E Temistocle, rispetto a loro, manda celatamente avviso agli Ateuiesi ordinando li trattenessero nel modo il men vistoso, e non gli licenziassero, prima che egli ed i colleglli fossero ritornati : conciofossechò (venuti essendo a raggiungerlo Abronico figliolo di Lisicle, ed Aristide di Lisimaco compagni dell’ambasceria, colla nuova che le mura erano a buon termine) temeva che i Lacedemoni, avutone indubitabile ragguaglio non più gli lascerebbero partire. Gli Ateniesi adunque come era stato loro significato , intertennero i legati; e appunto allora Temistocle presentatosi ai Lacedemoni disse apertamente : « la città essere ornai fornita di mura a segno che poteva difendere gli abitanti : però se i Lacedemoni o i confederati volevano mandare qualche legazione ad Atene, lo facessero in avvenire cQme a gente che sa discemere il proprio ed il comune vantaggio ; perchè anche quando credettero espediente abbandonar la città e salir sulle navi, osarono farlo senza conferirne con loro ; nè esser mai per consiglio rimasti indietro ad alcuno in tutti gli aifari su i quali insieme con essi erano venuti a deliberare, Parer dunque meglior cosa anche adesso che la loro città abbia mura;-ciò esser per riuscire di maggior utilità non solo pei cittadini in particolare , ma per tutti i confederati. Infatti senza equilibrio di forze non esser possibile che nulla si deliberi in comune con eguaglianza di diritto. Pertanto, soggiungeva, o dover tutti i compresi nella lega restar senza mura, o trovar giusto anche il fatto presente ».

  13. 1.92.1

    A queste parole i Lacedemoni non mostrarono apertamente il loro dispetto verso gli Ateniesi, sia perchè la loro ambasceria noti avea per oggetto il fare inibizione alcuna , ma solo (se vuoisi credere) il consigliare la cosa tome vantaggiosa pel bene comune; sia perchè erano allora amici della Repubblica ateniese a cagione dell’esimio valore mostrato contro il Medo ; ma covavano internamente il rancore vedendo falliti i propri disegni. E gli ambasciatori di ambe le parti tornarono ciascuno alla patria senza farsi querela veruna.

  14. 1.93.1

    Così gli Ateniesi in poco tempo edificarono le mura della città ; e l’edifìzio mostra anche adesso essere stato frettolosamente compito : cotìciossiacliè lo sostengono fondamenta d’ogni maniera di sassi, e in qualche parte non ben commessi, ma alla rinfusa come ciascuno gli portava ; impiegaronvi ancora molte colonnette dei sepolcri e pietre scolpite : perchè, volendo dappertutto dilatare il giro della città , si avacciavano abbattendo ogni cosa senza riguardo. Inoltre Temistocle persuase agli Ateniesi di dar compimento anche alla fabbrica del Pireo già incominciata l' anno che egli fu arconte in Atene ; perocché giudicava quel luogo vantaggioso per i tre porti naturali che presenta ; e perchè ad essi, ove si addessero al mare, riuscirebbe di gran giovamento per avanzare in potenza. Egli il primo osò dire, bisognare applicarsi al mare ; e subito tolse a procacciarne loro l' imperio. Fabbricarono , per suo consiglio, anco il muro intorno al Pireo della grossezza che tuttora si vede, cosicché due carri a riscontro vi portavano i sassi. nell' interno della muraglia non era nè calcina nè loto, ma grandi pietre congegnate, tagliate a canto vivo, e tenute insieme all’esterno con ferro impiombato. Nondimeno l' altezza fu forse condotta alla metà di quanto ei s’era prefisso, sì perchè voleva coll’altezza e grossezza del muro tener lontani gli assalti dei nemici , sì perchè giudicava bastevoli a guardarlo pochi e dei più invalidi, affinchè gli altri montassero sulle navi alle quali erano tutte rivolte le sue cure. Vedeva egli, per mio avviso, che agli eserciti del re restava più facile lo invadere dalla parte di mare che dalla parte di terra ; laonde giudicava il Pireo più importante della rocca della città: e spesso avvertiva gli Ateniesi avessero a scendervi per far sulle navi resistenza a qualunque, se per avventura si trovassero stretti dalla parte di terra. Cosi gli Ateniesi subito dopo la ritirata dei Medi si fortificarono colle mura , e ristaurarono il rimanente della città.

  15. 1.94.1

    Da Sparta fu di poi spedito condottiero de' Greci Pausania figlio di Cleombroto con venti navi del Peloponneso y alle quali si unirono gli Ateniesi con trenta, e con buon numero degli altri alleati. Fecero vela contro l' isola di Cipro e ne soggiogarono gran parte ; si diressero poscia alla volta di Bizanzio occupata dai Medi, e la espugnarono sotto la condotta del medesimo.

  16. 1.95.1

    Ma già Pausania usava nel comando modi insolenti , onde erano disgustati gli altri Greci, e principalmente gli Ionii e quanti eransi di poco sottratti al servaggio del re. Questi prontavano presso gli Ateniesi , e pel titolo di parentela gli pregavano volessero essere loro duci , e non permettessero a Pausania le sue soperchierie. Gli Ateniesi prestarono orecchio alle loro parole, e presero a considerarle con intendimento di non lasciar correre, e di ordinare le altre cose nella maniera la più utile per loro. In questo i Lacedemoni richiamano Pausania per fare il processo dei rapporti che avevano di lui : avvegnaché da' Greci che arrivavano a Sparta gli fossero imputate grandi ingiustizie, per le quali compariva più tiranno che generale. Nel tempo istesso del suo richiamo accadde che anche gli alleati, salvo le milizie del Peloponneso , per l’odio concepito contro di lui passarono a parte Ateniese. Giunto egli a S parta fu dichiarato reo di private avanie contro alcuno, ma restò assoluto come innocente delle imputazioni più criminose ; perocché veniva principalmente accusato di seguir la parte del Medo, e la cosa pareva manifestissima. Il perchè non fu più spedito generale , ma inviarono Dorci ed alcuni altri con piccol numero di soldatesca, ai quali gli alleati non vollero rimettere il comando. Come essi il riseppero tornarono indietro , e i Lacedemoni non spedironvi più alcuno , si perchè temevano che andati colà non si guastassero, come era addivenuto di Pausania , si perchè bramavano disbrigarsi della guerra col Medo , e reputavano gli Ateniesi capitani sufficienti, e in quel tempo loro amici.

  17. 1.96.1

    In questa guisa, a grado degli alleati che odiavano Pausania, pervenuti gli Ateniesi al comando determinarono le città che avessero a somministrar denaro o navi per andar contro il barbaro ; conciossiachè pretesto a ciò era la vendetta che pei mali sofferti volevan prendere di lui, devastandone le terre. E fu allora per la prima volta constituita presso gli Ateniesi la carica degli Ellenotami, i quali riscotevano il tributo , che cosi chiamossi la contribuzione del denaro. Da prima il tributo imposto fu di quattrocentosessanta talenti : Deio era la tesoreria , e nel tempio si tenevano le adunanze.

  18. 1.97.1

    In principio gli Ateniesi governavano gli alleati, lasciando loro le proprie leggi , ed il dritto di deliberare nelle generali adunanze : ma nel tempo di mezzo a questa guerra e quella del Medo, sono pervenuti al grado presente di potenza per essersi esercitati in guerra, e per aver condotto a lieto fine le brighe avute col barbaro, coi propri alleati che mulinassero cose nuove, e con quei tra i Peloponnesi che a mano a mano prendessero parte in ciascuna di quelle controversie. Ed io ne ho scritto l’istoria , fatta digressione dal mio soggetto, avvegnaché questo punto sia stato omesso da tutti gli scrittori prima di ine, che hanno narrato o i fatti de’ Greci anteriori alla guerra dei Medi , o quelli solo della guerra con i Medi. Ed Elamico , che pur lo toccò nella storia attica , rammenta le code in succinto, e senza accurata indicazione dei tempi. Inoltre questa digressione insegna chiaramente il modo onde venne a stabilirsi l' impero degli Ateniesi.

  19. 1.98.1

    Questi primieramente sotto la condotta di Cimone figliolo di Milziade cinsero d’ assedio ed espugnarono Eiona sullo Strimone, occupata allora dai Medi, e fecero schiavi gli abitanti. Ridussero poscia in servitù Sciro isola del mare Egeo , abitata dai Dolopi, ove mandarono colonia de’loro. Ebbero anche (senza che vi prendessero parte gli altri Eubei ) guerra coi Caristii , con i quali qualche tempo dopo vennero agli accordi. Mossero poi guerra ai Nassii che s’ erano ribellati e gli soggiogarono per via d’assedio ; e questa fu la prima città alleata ridotta , contro la consueta osservanza del dritto, allo stato di servitù : lo che in questo o in quel modo addivenne anche all’ altre.

  20. 1.99.1

    Tra i varii motivi di ribellione erano i principali il rifiuto dei tributi e delle navi, e la mancanza iu dii che fosse al servigio militare. Perocché gli Ateniesi erano rigorosi esattori, e rendevansi odiosi costringendo alle militari fatiche gente non usatavi e non volenterosa. Erano ancora per altre cagioni non più come prima aggraditi nel loro comando , e nelle spedizioni non concorrevano con soldatesca egualmente che gli altri ; tanto per essi era facile assoggettare i ribelli. Ma di queste soperchierie erano cagione gli alleati stessi, la più parte dei quali, attesa questa ritrosia al servigio militare per non dilungarsi dalla patria, invece che dare le navi, tassavansi a pagar l' equivalente in denaro. Così gli Ateniesi accrescevano la loro flotta colla pecunia contribuita da quelli, i quali ove si ribellassero, entravano in guerra poveri e scarsi d’apparecchi.

  21. 1.100.1

    Dopo questi avvenimenti gli Ateniesi e gli alleati ebbero combattimento navale e terrestre col Medo , sul fiume Eurimedonte , nella Pamfilia , capitanati da Cimone figliolo di Milziade : e in un giorno stesso furono vincitori in amendue , presevi e disfatte in tutte dugento triremi dei Fenici. Appresso avvenne la ribellione de5 Tasii venuti in controversia per le piazze mercantili e per le miniere che possedevano in quella parte di Trarìa , che guarda verso la loro isola. Gli Ateniesi fecero vela per alla volta di Taso, vinsero la battaglia navale, e sbarcarono a terra. Circa questo tempo mandarono sul fiume Strimone una colonia di diecimila tra Ateniesi e confederati , con intendimento di impadronirsi del luogo detto allora Le Nove Strade, ed ora Amfipoli, cui occupavano gli Edoni. Infatti se ne insignorirono ; ma procedendo fra terra in Tracia, furono disfatti a Drabesco dell’Edonia da' Traci tutti riuniti, i quali mal sopportavano l' edificazione del castello NoveStrade.

  22. 1.101.1

    I Tasii rimasti vinti in più battaglie ed essendo stretti dall’assedio si raccomandavano ai Lacedemoni, confortandoli a dar loro soccorso coll’ invader l’Attica. Ne tolsero i Lacedemoni l' assunto di nascosto agli Ateniesi, ed erano in sull’ eseguir ciò , se non che furonne distolti dal terremoto che allor sopravvenne , all’ occasione del quale anche gli Doti, e tra i popoli convicini a Sparta, i Turi a ti e gli E tei ribel laronsi e passarono in Itome. La maggior parte degl’iloti discendevano da quelli antichi Messemi ridotti allora in servitù, ed erano per ciò chiamati tutti Messemi. Frattanto i Lacedemoni ebbero guerra con quei di Itome: ed i Tasii assediati da tre anni si resero agli Ateniesi, a condizione di demolire le mura , consegnare le navi, accettare i balzelli di denaro da pagarsi in sul momento , o come un tributo per l' avvenire, e di abbandonare la terraferma e le miniere.

  23. 1.102.1

    I Lacedemoni poi, vedendo andare in lungo la guerra con quei d'Itome, chiamarono tra gli altri alleati auche gli Ateniesi, attesa principalmente la fama del loro valore nell' espugnare le mura, i quali vi andarono m buon numero condotti da Cimone. Nondimeno, per la lunghezza dell1 assedio, la loro bravura appariva minore dalla rinomanza; avvegnaché avrebbero altrimenti preso a viva forza la piazza. Laonde questa spedizione originò i primi manifesti disgusti tra Lacedemoni ed Ateniesi. Imperciocché i Lacedemoni, dacché non riusciva loro l7 espugnazione di quella , insospettirono dell’ audacia e dell’ amor per le cose nuove degli Ateniesi, tanto più che gli riguardavano come d'altra nazione : e temendo che continuando a trattencrvisi , non fossero indotti da quei d’Itome a tentar novità, congedarono essi soli tra gli alleati, senza dichiarare il proprio sospetto, e solo dicendo non averne più bisogno. Conobbero gli Ate niesi di non esser congedati per onesta cagione , ma esser nato qualche sospetto : se ne adontarono, e stimando non aver meritato si inonesto trattamento dai Lacedemoni, tornati appena alla patria abbandonarono la lega fatta con essi contro il Medo , entrarono in alleanza con gli Argivi nemici di quelli , ed entrambi strinsero e giurarono confederazione coi Tessali.

  24. 1.103.1

    Quelli d' Itome dopo dieci anni d’assedio non potendo più reggersi, capitolarono coi Lacedemoni di uscir con salvocondotto dal Peloponneso per non mettervi mai più piede ; e chiunque vi fosse preso rimanesse schiavo di chi lo arrestasse. Inoltre i Lacedemoni avevano di prima avuto in risposta dall7 oracolo Pitico « lasciassero partire il supplichevole a nome di Giove Itomita ». Partirono adunque coloro coi figlioli e colle mogli ; e gli Ateniesi, perché già odiavano i Lacedemoni, gli accolsero e diedero loro stanza a Naupatto tolto di poco ai Locri Ozolii che P occupavano. Anche i Megaresi stretti dalla guerra coi Corintii per controversie su i confini del territorio, staccaronsi dai Lacedemoni e ricorsero alTalleaqza degli Ateillesi : i quali per questo modo acquistarono Megara e Pege , e fabbricarono ai Megaresi le mura lunghe, dalla città sino a Nisea, ove tenevano presidio da loro stessi. Da ciò ebbe principalmente origine l’odio implacabile dei Corinti! contro gli Ateniesi.

  25. 1.104.1

    Passando ora a parlare d’Inaro di Libia , figliolo di Psammetico re dei Libii confinanti coll’ Egitto, è da sapere , che partitosi egli da Marea città situata al disopra di Faro, ribellò al re Artaserse la maggior parte dell’Egitto, se ne fece capo, e chiamò ancora gli Ateniesi, i quali per avventura erano andati ad oste a Cipro con un' armata di dugento navi tra di loro e dei confederati. Abbandonarono essi quell7impresa, e recatisi colà, lasciando la marina navigarono pel Nilo, e restati padroni del fiume e di due parti di Memfi facevano guerra alla terza chiamata le MuraBianche , ove stanziavano i rifuggiti Persiani e Medi con quelli Egiziani che non si erano mescolati nella ribellione.

  26. 1.105.1

    Gli Ateniesi presero terra ad Alia, e fecero giornata coi Corintii e con gli Epidaurii, ove restarono vincitori i Corintii. Fuvvi di poi gran battaglia navale tra la flotta peloponnesia e l' ateniese a Cecrifalea , con la vittoria di quest' ultima : ed essendo ornai insorta la guerra tra gli Ateniesi e gli Egineti, seguì tra loro presso Egina gran combattimento per mare, ove ambe le parti erano sostenute dagli alleati. La vittoria fu per gli Ateniesi che presero settanta navi nemiche, e sbarcarono nell’ isola ad assediarne la città, guidati da Leocrate figliolo di Strebo. Per questa nuova i Peloponnesi volendo soccorrere gli Egineti fecero passare in Egina trecento fanti di grave armatura stati di prima ausiliari dei Corintii e degli Epidaurii, ed occuparono le alture di Geranea. Medesimamente i Corintii con gli alleati scesero nel territorio megarese , confidando che gli Ateniesi non potrebbero portare aiuto ai Megaresi, perchè gran parte di loro gente era lontana, trovandosi chi in Egina chi in Egitto ; speravano altresi che, ove volessero soccorrerli, sarebbero costretti a rimuoversi da Egina. Ma i più vecchi ed i giovanetti degli Ateniesi rimasti in città, senza punto muovere l’esercito che era ad Egiua, marciano a Megara sotto la condotta di Mironida, vengono a giornata con i Corintii, e la vittoria fu indecisa ; il perchò i due eserciti si divisero stimando amendue non avere avuto la peggio nella zufia. Nondimeno gli Ateniesi, i quali piuttosto furono vincitori ersero trofeo , partiti che furono i Corintii ; i quali motteggiati come dappoco dai più vecchi rimasti in città, dodici giorui dopo tornarono apparecchiati a contrapporre trofeo quasi avessero riportata vittoria. Allora gli Ateniesi usciti con alte ¿¿rida da Megara trucidarono quelli che lo innalzavano, e azzuffatisi con gli altri gli misero in volta.

  27. 1.106.1

    Costoro vinti davano indietro, e buon numero di essi incalzati vigorosamente incapparono nella terra d’un signore privato, cinta intomo di profonda fossa senza uscita veruna. Gli Ateniesi se ne accorsero e colle truppe gravi li chiusero di fronte, e schierati sul circuito i soldati leggieri , lapidarono tutti quelli che v’ erano entrati. Fu questa una graiide sciagura per i Corintii, nondimeno il grosso dell7 oste tornò in città.

  28. 1.107.1

    Circa questo tempo gli Ateniesi cominciarono a fabbricare le mura lunghe verso il mare, che da una parte arrivano a Falera, dall’altra al Pireo. I Focesi volsero le armi contro Beo, Citinio ed Erineo castelli dei Dorii dai quali discendono i Lacedemoni, e si fecero padroni di uno di quelli. I Lacedemoni condotti da Nicomede figliolo di Cleombroto, che comandava in luogo del re Plistoanatte ancor giovinetto figliolo di Pausania, corsero in aiuto dei Dorii con millecinquecento dei loro di grave armatura e diecimila alleati ; e costretti i Focesi a render per capitolazione il castello , tornavano indietro» Ma al loro ritorno trovaronsi in pericoloso frangente ; conciossiachè se volessero per la via di mare tragittare il seno di Crisa, gli Ateniesi volteggiando colle navi erano pronti ad opporvisi ; senza che, il passaggio per Geranea pareva mal sicuro, occupando gli Ateniesi Megara e Pege, e disastroso era il cammino per a quella, guardata continuamente dagli Ateniesi : e comprendevano bene die anche da cotesto lato si sarebbero opposti. Per pensare adunque al modo più sicuro del passare innanzi fermaronsi presso i Beozi, tanto più che segretamente ne li confortavano alcuni di Atene i quali speravano abolire il governo popolare, e frastornare l' edificazione delle mura lunghe. Gli Ateniesi a stormo accorservi contro, con raggiunta di mille Argivi e di altri alleati secondo le forze di ciascheduno (ciò furono in tutti quattordicimila); perchè giudicavano non saprebbero per dove aprirsi il passo, e perchè bucinavasi si cercasse abolire il governo popolare. Si uni con gli Ateniesi per patto di alleanza atlche la cavalleria tessala che nel forte della ¿üiFa passò ai Lacedemoni.

  29. 1.108.1

    Vennero a giornata a Tanagra della Beofcia con grande strage da ambe le parti , ma Con la vittoria dei Lacedemoni, i quali si avanzarono sul territorio di Megara , e diboscando le vie tornarono a Casa a traverso Geranea e l' istmo. Sessantadue giorni dopo la battaglia gli Ateniesi condotti da Mironida rivolsero le armi contro i Beozi, e vincitori nel combattimento dello Enofite si impadronirono del territorio beotico e della Focidc, e rovinarono le mura di Tanagra. Presero altresì cento ostaggi dei più ricchi tra' Locri Opunzii, e compirono le loro mura lunghe. Dopo questi avvenimenti gli Egineti si arresero agli Ateniesi a condizione di demolir le mura, consegnare le navi ed accettare le imposizioni da pagarsi in avvenire. Poscia gli Ateniesi sotto la condotta di Tolmida figliolo di Tolineo fecero per mare il giro del Peloponneso , incendiarono l' arsenale de' Lacedemoni, presero Calcide città dei Corintii, e vinsero in battaglia i Sicionesi che vollero opporsi al loro sbarco.

  30. 1.109.1

    L’esercito ateniese che con gli alleati che era in Egitto vi restava tuttora, e la guerra avea preso per loro molte forme diverse. Conciossiachè da prima essendo gli Ateniesi padroni dell’ Egitto, il re Artaserse spedisce a Sparta Megabazzo gentiluomo persiano con buona somma di denaro, per confortare i Lacedemoni ad invadere l’Attica e così divertire gli Ateniesi dall' Egitto. Ma vedendo Megabazzo che l’affare non si incamminava a buon fine, e che spendeva senza prò, si ricondusse in Asia col resto del denaro. Allora Artaserse spedisce in Egitto con molta gente un altro Megabazzo signore persiano figliolo di Zopiro, il quale andato colà per terra superò in battaglia i ribelli Egiziani co’ loro alleati, e cacciò da Memfi i Greci, cui finalmente riserrò nell’ isola Prosopitide. Ivi li teneva assediati diciotto mesi, sino a che dissecò il canale voltandone altrove le acque , e ridotte le navi in secco e la maggior parte dell’ isola in terraferma, vi passò colla fanteria e se ne fece padrone.

  31. 1.110.1

    Per questo modo dopo sei anni di guerra andarono colà rovinate le cose dei Greci ; e di quella numerosa armata , pochi passando per la Libia giunsero a salvamento in Cirene , mentre la maggior parte vi perirono. L’Egitto ritornò tutto all’obbedienza del re , salvo Amirteo signore delle paludi, per la vastità delle quali non potè esser vinto, e perchè gli abitatori di quelle sono tra gli Egiziani i più valorosi guerrieri. Inaro re dei Lìbii autore di tutte le turbolenze dell’ Egitto fu preso a tradimento e messo in croce. Cinquanta navi poi degli Ateniesi e degli altri alleati che navigavano verso l' Egitto per succedere alle prime, approdarono, senza saper nulla dei fatti accaduti, al ramo del IN ilo chiamato Mendesio. Ma la fanteria nemica dalla parte di terra e la flotta fenicia dal mare le assalirono, e ne distrussero la maggior parte : poche dando addietro si sottrassero colla fuga. Tale fu il termine di questa grande spedizione in Egitto fatta dagli Ateniesi insieme co9 loro confederati.

  32. 1.111.1

    Oreste, figliolo diEchecratida , re dei Tessali, trovandosi bandito dalla Tessaglia pregò gli Ateniesi a ricondurvelo. Questi unirono le armi con i Beozi ed i Focesi loro alleati, e marciarono contro Farsalo della Tessaglia : ma impediti dalla cavalleria tessala occuparono soltanto quel poco spazio di terreno che potevano non dilungandosi molto dal campo, e non riuscirono a prendere la citta , nè operare verun’ altra cosa di quelle per cui si erano mossi ; laonde insieme con Oreste si ritirarono senza aver conchiuso nulla. Non molto dipoi mille Ateniesi condotti da Pericle figliolo di Xantippo salirono sulle navi che avevano a Pega ( della qual città erano padroni ) e radendo la costa passarono a Sicione, ove nel fare scala superarono in battaglia quei Sicionesi che erano venuti a combatterli. Quindi pigliarono immediatamente seco gli Achei, e tragittarono alla parte opposta del golfo per portar l’armi contro Eniade città dell’Acarnania. La cinsero d’assedio , ma non avendo potuto espugnarla ritornarono a casa.

  33. 1.112.1

    Passati tre anni i Peloponnesi e gli Ateniesi fanno tregua per cinque anni : il perchè gli Ateniesi si ritenevano dal far la guerra in Grecia, mentre che guidati da Cimone si volsero contro Cipro con dugento navi tra di loro e degli alleati ; sessanta delle quali fecero vela per r Egitto a richiesta d’Amirteo signore delle paludi, le altre assediavano Cizio. Venuto a morte Cimone, e fattosi carestia gli Ateniesi si ritirarono da Cizio, e in tragittando al disopra di Salamina di Cipro combatterono ad un tempo stesso per mare e per terra co’ Fenici, co' Ciprii e coi Cilicii, ed avuto vittoria in ambedue le battaglie tornarono a casa di conserva colle navi che venivano d’Egitto. I Lacedemoni dipoi intrapresero la guerra chiamata sacra, e insignoritisi del tempio di Delfo lo consegnarono ai Delfi« Alla loro partita vi tornarono gli Ateniesi a mano annata, e vinti i Delfi lo restituirono ai Focesi.

  34. 1.113.1

    Passato qualche tempo, avendo i fuorusciti di Beozia occupato Orcomeno e Cheronea ed alcune altre terre della Beozia , gli Ateniesi condotti daTolmida figliolo di Tolmeo con mille dei loro soldati di grave armatura e con quanti alleati poterono, andarono ad oste contro cotesti luoghi divenuti loro nemici, espugnarono Cheronea, ne misero in servitù i cittadini, e lasciatovi presidio levarono il campo. Ma come marciando furono pervenuti presso Coronea, i banditi Beozii ed Eubeesi con quanti erano della medesima fazione, e con essi i Locresi, usciti da Orcomeno gli assaltano ; gli Ateniesi, vincitori nella battaglia parte ne uccisero, parte ne fecero prigionieri ; i quali fatta tregua a condizione di riavere i prigionieri, abbandonarono interamente la Beozia. Così i fuorusciti Beozii con tutti gli altri tornarono alla patria e racquistarono libertà.

  35. 1.114.1

    Non molto dopo, l’Eubea si ribellò agli Ateniesi ; contro la quale passato Pericle con l’armata ateniese ebbe nuova che Megara era in sommossa , e i Peloponnesi in procinto d’invadere l’Attica e la guarnigione ateniese, salvo quei che erano rifuggiti a Nisea, trucidata dai Megaresi ; i quali prima di ribellarsi avevano tratto nella loro parte i Corintii, i Sicionesi e gli Epidaurii. Pericle adunque senza perder tempo ricondusse via l’armata dall’ Eubea. Al suo ritorno i Peloponnesi condotti da Pausania re dei Lacedemoni corsero l’Attica sino ad Eieusi e Trio e la guastarono ; e senza procedere più oltre tornarono a casa. Allora gli Ateniesi sotto il comando di Pericle ripassarono nell9 Eubea, la soggiogarono tutta, e cacciati i soli Estiesi, le terre dei quali ritennero per sè , acconciarono per capitolazione lo stato delle altre parti.

  36. 1.115.1

    Tornati dall’Eubea fecero poco dopo la tregua dei trent' anni coi Lacedemoni e cogli alleati, restituendo ad essi Nisea , Acaia, Pega e Trezene che per loro si tenevano. Sei anni dopo nacque per conto di Priene guerra tra i Sanni ed i Milesii : questi sopraffatti nella guerra medesima ebbero ricorso ad Atene, ove accusavano i Samii, porgendo anche loro favore alcuni dei Samii stessi che aspiravano a cangiamento di governo. Gli Ateniesi adunque navigarono a Samo con quaranta navi, ordinaroiwi il governo popolare, presero in ostaggio dai Samii cinquanta fanciulli ed altrettanti uomini che depositarono a Lemno, e lasciato presidio a Samo partirono. Ma alcuni dei Samii che non avevano potuto sopportar ciò, ed erano scapolati in terraferma, fecero conspirazione con ipiù potenti rimasti in città, e con Pissutne figliolo d’Istaspe, allora governatore di Sardi ; e raccolti circa settecento soldati ausiliari, sul far della notte tragittarono in Samo. Assaltarono primieramente i popolani e ne presero la maggior parte : dipoi tolsero via i loro ostaggi da Lemno, ribellaronsi ad Atene, consegnarono a Pissutne la guarnigione ateniese con i capitani restati presso di loro, e tosto apparecchiavansi a portar le armi contro Miletoj essendosi con essi uniti alla ribellione anche i Bizantini.

  37. 1.116.1

    Come gli Ateniesi seppero ciò fecero vela per Samo con sessanta navi, sedici delle quali non furono adoperate in questa impresa, perchè parte andarono in Caria osservando la flotta fenicia, parte in giro a Chio ed a Lesbo intimando i soccorsi. Pertanto colle quarantaquattro rimaste, sotto la condotta di Pericle e di altri nove capi- tani, combatterono presso Fisola di Tragia contro setr tanta navi dei Samii, che tutte ritornavano da Mileto e venti delle quali servirono a trasportare le soldatesche ; c la vittoria fu degli Ateniesi. I quali, essendo giunte in loro aiuto quaranta navi da Atene e venticinque da Chio e da Lesbo, sbarcarono a terra ; e vincitori in battaglia terrestre cinsero la città di tre mura, tenendola nell’ istesso tempo assediata dalla parte di mare. Dipoi Pericle tolse seco sessanta delle navi che ivi stavano sull’ancora , ed andò speditamente a Cauno e in Caria, ricevuto avviso che la (lotta fenicia si avanzava contro di loro : tanto più che da Samo Stesagora ed altri erano con cinque navi andati ad incontrarla.

  38. 1.117.1

    Colsero i Samii questa occasione per uscire improvvisamente dal porto ; assaltarono il campo nemico non ordinato a difesa ; disfecero le navi dell’ antiguardia ed azzuffatisi con quelle che si avanzavano incontro ne riportarono vittoria, e restarono padroni del inare circonvicino circa quattordici giorni, introducendo e mandando fuori ciò che volevano: sino a che tornato Pericle furono nuovamente serrati dalle navi. Giunse poscia da Atene nuovo rinforzo di quaranta navi condotte da Tucidide , da Agnone e da Formione, ed altre venti poi condotte da Tlepolemo ed Anticle, con più trenta da Chio e da Lesbo. Diedero i Samii una debole battaglia navale, ma non potendo più resistere nel nono mese caddero in potestà degli Ateniesi, rendendosi a patti di demolir le mura , dare ostaggi, consegnare le navi e rimborsarli a rate delle spese occorse nella guerra. Anche i Bizantini accordaronsi di rimaner come prima sudditi degli Ateniesi.

  39. 1.118.1

    Pochi anni dipoi le cose narrate, avvennero i fatti per me dichiarati di Corfù e di Potidea, e quanti altri frattanto diedero materia a questa guerra. Tutto ciò che fecero i Greci tra loro o contro il barbaro, accadde nello spazio di cinquantanni che fu tramezzo alla ritirata di Serse ed al coininciamento di questa guerra ; nel corso dei quali anni gli Ateniesi consolidarono viemaggiormente il loro imperio ; e grandemente avanzarono il loro potere. Sapevanselo i Lacedemoni, ma lenti essendo anche di prima ad entrare in guerra, se non vi fossero astretti, e di più impediti dalle domestiche contese, non vi si opponevano per nessun modo, salvo che in qualche caso per breve durata, mentre che il più del tempo stavano inoperosi. Ma alla (ine come videro la potenza degli Ateniesi manifestamente innalzarsi ed essere inquietati i loro stessi alleati, allora giudicarono non esser più da tollerare; doversi anzi con ogni studio andar contro, e se possibil fosse abbattere la grandezza ateniese coll' imprendere questa guerra. Per lo che non solamente per proprio avviso i Lacedemoni decisero violata la tregua dagli Ateniesi, ma spedirono ancora a Delfo , domandando l' oracolo se movendo la guerra capiterebbero a buon fine. Raccontasi l’oracolo rispondesse che intraprendendola con tutte le forze sarebbero vincitori, e che egli, richiesto ono, porgerebbe loro soccorso.

  40. 1.119.1

    Pertanto invitarono nuovamente i confederati e vollero si rimandasse a partito la deliberazione di guerra. Andaronvi gli ambasciatori di tutta la lega, e tenutasi adunanza ciascuno espose il parer suo, accusando generalmente gli Ateniesi, e giudicando doversi far guerra. Ed i Corintii i quali, pel timore che Potidea fosse rovinata innanzi la decisione, avevano già pregato i legati di ciascheduna città a dare il voto per la guerra , essendo anche allora presenti, si fecero avanti gli ultimi e parlarono cosi.

  41. 1.120.1

    « Valorosi alleati, noi non avremo più a dolerci che non abbiano anche gli stessi Lacedemoni decretato la guerra ; mentre per questo appunto ci hanno ora congregati. E di vero chi presiede deve mantenere l’egualità nel governa mento dei suoi affari privati, ma essere il primo a travagliarsi nei comuui, in quella guisa medesima che nelF altre cose è avuto in onoranza sopra tutti. A quanti poi sono tra noi che hanno avuto che fare con gli Ateuiesi, non fa bisogno di ammaestramenti per imparare a guardarsene ; ma a quei che abitano più di lungi dal mare, e non sulle coste, fa bisogno sapere che, ove non soccorrano le terre marittime , si renderà loro più difficile il trasportare alla marina i frutti delle diverse stagioni, come all’ incontro il ricevere in compensazione dagli altri ciò che il mare porge alla terraferma. Per lo che non hanno ad essere cattivi giudicatori delle cose ora proposte quasi che per nulla loro appartengano ; ma debbono aspettarsi che abbandonando le terre marittime verrà anche sovr’ essi il flagello ; e comprendere che non meno dell’altrui si tratta ora della loro utilità ; motivo per cui non vuoisi da loro indugiare ad appigliarsi alla guerra più presto che alla pace. Conciossiachè è proprio degli uomini discreti lo star tranquilli se non sieno offesi ; dei generosi passar dalla pace alla guerra se sieno ingiuriati ; e se gli assista la fortuna , dalla guerra tornar nuovamente in pace senza insuperbire pel buono successo delle loro armi ; nè per godere di pacifico riposo lasciarsi sopraffar dagli oltraggi. Chi per quel godimento anneghittisce, andrà ben presto privo del diletto della sua negghienza , per lo cui amore poltrisce : chi pei felici successi della guerra va più là del dovere , si lascia , senza accorgersene, gonfiare da audacia mal sicura. Imperocché molti sono i disegni mal concepiti che hanno retto incontro a nemici poco avveduti ; ma sono anche più quelli i quali, tutto che sembrassero saviamente discorsi, nondimeno hanno sortito vergognoso riuscimento. Perchè la fiducia che si ha nel concepire i disegni non ci accompagna egualmente nell’ eseguirli : anzi nel concepirli ci anima il pensiero di sicurezza, dove il timore ci snerva nell’eseguirli.

  42. 1.121.1

    « Ora noi, con assai giusti litoli di querelarci pei oostri violati diritti, suscitiamo la guerra, ed a tempo la cesseremo, quando avremo preso vendetta degli Ateniesi. Per molte ragioui poi hassi a credere che saremo vincitori : primieramente perchè superiori nel numero e nella pratica della guerra , dipoi perchè tutti vi andiamo egualmente pronti agli ordini dei comandanti. E la flotta in che essi sono forti l'allestiremo con gli averi particolari di ciascuno , e col denaro depositato a Delfo e ad Olimpia. Perocché, prendendolo in prestanza, siamo in grado di cavar loro di sotto , coll’allettamento di maggior soldo , le ciurme forestiere, giacché le forze degli Ateniesi piuttosto che cosa loro propria sono prezzolate ; dove alle nostre, il cui vigore è fondato sulle persone non sul denaro , non abbiamo punto a temere che ciò addivenga. Probabilmente saranno essi spacciati con una sola vittoria navale : se poi resisteranno, noi avremo più tempo per esercitarci sulla marina ; e quando la nostra perizia agguaglerà la loro, saremo indubitatamente superiori almeno per il coraggio, pregio tutto nostro , a cui procacciare non valgono insegnamenti ; laddove la maggioranza della perizia loro noi possiamo torla di mezzo coll’ esercizio. Denaro ne contribuiremo tanto da averne a sufficienza per fornire le flotte : altrimenti sarebbe una indegnità che laddove gli alleati degli Ateniesi non rifiutino di pagare imposte per il loro servaggio , noi non volessimo spendere per procurarci salvezza colla vendetta dei nemici, e per non vedere stromento delle nostre sciagure quelle stesse ricchezze, delle quali verremmo da loro spogliati.

  43. 1.122.1

    « Abbiamo inoltre altre vie per far la guerra; la ribellione degli alleati, mezzo il più efficace per dimir nuime le rendite in cui consiste il loro potere, l' edificazione di forti che ne minaccino il territorio e tutte le altre cose che ora non si potrebbero prevedere. Conciossiachè la guerra non procede per le vie che sieno esposte in un’ arringa, ma di per sè stessa procura la maggior parte dei compensi secondo le occorrenze : nelle quali, chi la amministra, se si mantenga padrone della propria collera è più sicuro di sostenersi ; mentre chi si lascia condurre dallo sdegno suole ricevere gran crollo. Pur nondimeno consideriamo che se ciascuno di noi avesse contesa pei confini del territorio con nemici di forza eguale , ciò potrebbe tollerarsi : ma nel caso presente , gli Ateniesi forti abbastanza contro noi tutti insieme, lo sarebbero molto più di fronte ad ogni particolar città ; cosi che se popolo per popolo e città per città non ci uniremo concordemente a difenderci , ci soggiogheranno senza fatica , appunto perchè divisi. E la nostra disfatta ( tutto che terribile a rammentare) sappiate dover sicuramente portare non altro che il servaggio, e far si che molte città sieno soggette ad una sola : avvilimento, la cui sola dubitazione in parlandone è un’ infamia pel Peloponneso. Allora o parrebbe meritata la nostra sciagura, o che per codardia la sopportiamo, degeneranti in ciò da'padri nostri che diedero libertà alla Grecia, dove noi non sappiamo mantenerla nemmeno per noi stessi : anzi permettiamo che una sola città ci ponga da tiranna i piè sul collo, mentre pretendiamo sterminare i tiranni che ad una sola comandino. E non ci accorgiamo che cosi procedendo non andiamo esenti da uno di questi tre grandi vituperi , o imprudenza , o dappocaggine, o trascuranza. Kè, stimando di sfuggire coteste tacce, vogliate ricorrere a chiamar ciò dignitosa noncuranza dei nemici, la quale per aver già causato la rovina di molti ha cambiato il suo nome con quello di inconsideratezza.

  44. 1.123.1

    « Ma a che prolungare i rammarichi sul passato più di quel che richiede l'utilità del presente ? Dobbiamo piuttosto applicar le nostre fatiche ai disordini che possono avvenire , soccorrendo le cose presenti. Ciò richiede il vostro patrio costume di procacciarvi virtù colle fatiche, e non dovete dipartirvene tutto che cresciuti alcun poco in ricchezza e potenza ; porche dritta cosa non è perdere nell9 opulenza i pregi acquistati nella povertà. Dovete anzi correre pieni d’ ardire alla guerra , tante essendo le cagioni che vi ci spingono , e la risposta del Nume che vi promette soccorso, e tutto il resto della Grecia, che o per paura o per proprio vantaggio è pronta a sostenervi. Nè sarete voi i primi a rompere gli accordi: il Nume stesso, ordinando la guerra, li reputa violati ; e perchè violati voi ne sarete piuttosto i difensori : imperocché non trasgredisce gli accordi chi rispinge P assalitore, ma chi incomincia le ostilità.

  45. 1.124.1

    « Laonde essendo da ogni lato di vostro decoro la guerra, ed essendone richiesti da noi per comune consentimento , ove sia indubitabile che ella arrechi vantaggio a tutte le città ed a ciascun cittadino, non tardate a soccorrere i Potideati, gente dorica, assediata ora dagli Ionii (in contrario di ciò che prima avveniva) e a rivendicare così l’altrui libertà. Poiché non è oggimai più da soffrire che pel nostro indugio alcuni sieno già sotto il flagello, ed altri s’ abbiano in breve a trovare nel caso stesso , qualora , a malgrado di questa nostra adunanza, gli Ateniesi conoscano non bastarci la vista di opporci a loro. Ma credendovi astretti, o valorosi alleati, dalla necessità, e stimando questo nostro consiglio il migliore, decretate la guerra, non scoraggiandovi per i mali del momento , ed innamorando di quella pace che più durevole ne conseguiterà. Essendoché per la guerra viemaggiormente si conferma la pace, dove ischifar la guerra per amor di tranquillità non è per egual modo senza pericolo. E reputando che la città innalzatasi a tiranna della Grecia abbia esteso la sua tirannia su tutti i Greci egualmente, cosicché sovra alcuni abbia ornai impero, e su gli altri aspiri ad averlo, corriamole incontro per abbatterla, per vivere noi stessi in avvenire senza pericolo, e per ritornare a libertà i Greci tenuti ora in servaggio ». Cosi parlarono i Corintii.

  46. 1.125.1

    I Lacedemoni udito il parere di tutti proposero il partito a quanti alleati erano presenti, incominciando per ordine dalla più potente (ino alla più piccola città. La maggior parte dei voti furono per la guerra: ma nonostante che avessero così decretato, non potendo, sprovveduti com’ erano , intraprenderla subito, risolsero che ciascuno allestisse prontamente il bisognevole; pure consumarono quasi un anno nell' ordinare il necessario apparecchio , prima di invader l’Attica e muovere apertamente la guerra.

  47. 1.126.1

    Mandavano infrattanto legati ad Atene facendo le loro doglienze, per avere, se non fossero uditi, il più ragionevol pretesto di muovere le armi. Colla prima ambasciata i Lacedemoni commettevano agli Ateniesi, purgassero la sacrilega contaminazione di Minerva, che consisteva in questo. V’ era un tal Cilone ateniese nobile di antico lignaggio e potente , stato vincitore nei giuochi olimpici, che aveva in moglie una figliola di Teagene megarese, tiranno allora di Megara. Consultando egli l’oracolo di Delfo, ebbe in risposta dal Nume che nella gran festa di Giove occupasse la rocca d' Atene. Pertanto egli oltre gli amici che aveva indotti a secondarlo ottenne gente da Teagene, e celebrandosi le feste olimpiche del Peloponneso occupò la rocca per farsi tiranno, credendo che quella fosse la gran festa di Giove , e che in qualche modo lo riguardasse come vincitore nei giuochi olimpici. Ma se nella risposta s’intendesse la gran festa dell’Attica o di altro luogo, nè egli lo aveva osservato nè l' oracolo lo dichiarava. Ed invero anche gli Ateniesi hanno fuori della città le Diasie, dette la gran festa di Giove Melichio , nella quale molti del popolo di ogni condizione sacrificano non vittime di animali, ma figure di pasta secondo l’usanza del paese. Pure avvisando egli di bene intendere la risposta , tentò l’impresa. Gli Ateniesi n’ ebbero sentore ; e corsi in folla dalle campagne contro di quelli, si fermarono presso la rocca e gli assediavano. Ma prolungandosi il tempo, gli Ateniesi logorati dall’assedio per la maggior parte se ne andarono, dando intera facoltà ai nove arconti di ordinare le cose nel miglior modo potevano , si per la guardia che per il rimanente, perocché allora il più delle cose pertinenti al civile govemamento si amministrava per i nove arconti. Gli assediati con Cilone si trovavano in cattivo stato per carestia di vettovaglia e d' acqua. Cilone e il suo fratello riescono a fuggire, e gli altri ridotti a strettezze tali che alcuni morivano di fame , si assidono supplichevoli presso l’altare della rocca. Quelli cui dagli Ateniesi era stata affidata la cura di guardarli, vedendoli andar morendo nel luogo sacro li fecero alzare, promettendo non far loro alcun male. Ma appena gli ebbero condotti fuori, gli uccisero, e nel procedere oltre trucidarono anche alcuni che sedevano presso gli altari delle Eumenidi. In conseguenza di questo fatto, essi e la loro discendenza erano chiamati i sacrileghi oltraggiatori della Dea. Pertanto gli Ateniesi li avevano cacciati via dalla città ; e nuovamente gli cacciò Cleomene re di Sparta sostenuto dagli Ateniesi venuti in sedizione tra loro : né solamente bandirono i vivi, ma dissotterrarono e gettarono fuori delle loro terre le ossa dei morti. Pure quei banditi vi ritornarono dipoi, e si trova tuttora in città la loro schiatta.

  48. 1.127.1

    Questa era la contaminazione che i Lacedemoni ordinavano si espiasse , principalmente , sotto colore di vendicare l’ingiuria fatta agli Dei ; ma in sostanza perchè , sapendo esser Pericle attenente a quella schiatta dal lato di madre, avvisavano dover anch’ egli esser bandito, ed essi cosi riuscire più. facilmente in ciò che richiedevano agli Ateniesi. Nè tanto speravano che ciò gli sarebbe avvenuto , quanto di screditarlo presso la città, la quale per quella sua infausta attenenza lo accagionerebbe in parte della guerra che insorgerebbe. Perciocché essendo il più potente del suo tempo, e guidando egli la cosa pubblica si opponeva al tutto ai Lacedemoni, e non permetteva che gli Ateniesi cedessero, anzi gl' incitava alla guerra.

  49. 1.128.1

    Medesimamente gli Ateniesi commettevano ai Lacedemoni che purgassero la contaminazione di Tenaro. Conciossiachè i Lacedemoni avevano una volta fatto sorgere dal tempio di Nettuno a Tenaro alcuni Iloti suppliche' voli, e appena condotti fuori gli trucidarono ; per lo che credono essere avvenuto il gran terremoto di Sparta. Ordinavano altresì che purgassero la contaminazione di Mi' nerva Calcieca che in ciò consisteva. Pausania lacedemone richiamato dagli Spartani la prima volta dal governo dell’Ellesponto, benché fatto il processo restasse assoluto come innocente, non vi fu più spedito per pubblica autorità : nondimeno egli di proprio suo arbitrio , senza il comando dei Lacedemoni, presa la trireme Ermionide, va nell’ Ellesponto per dar opera , ei diceva , alla guerra di Grecia, ma in effetto per compiere i suoi trattati col re, conforme aveva innanzi tentato : perchè aspirava all’ impero della Grecia. Si era egli dapprima conciliato l' animo del re con tale benefizio con cui diede principio a questa pratica. Dopo il suo ritorno da Cipro, espugnata al primo presentarsi Bizanzio , occupata dai Medi e da alcuni di attenenza e parentela col re, i quali furono fatti prigionieri, egli, senza saputa degli altri alleati, gli rimanda al re, dando voce essere eglino fuggiti. In ciò si adoperò con esso lui Gongilo eretriense , al quale aveva commesso la guardia di Bizanzio e dei prigioni. Spedi poi

  50. 1.128.2

    Gongilo recando lettera al re , ove, come poi si trovò , erano scrìtte queste parole. « Pausania capitano di Sparta volendo farti cosa grata ti rimanda questa gente sua prigioniera di guerra. È mia intenzione, ove ti piaccia, di prendere in isposa tua figlia ed assoggettarti Sparta e tutto il rimanente di Grecia. Credo, qualora tu cooperi meco, aver forze bastevoli a mandar ciò ad effetto. Se dunque punto gradisci le mie offerte manda alla marina persona fidata, per cui mezzo conlinoveremo in avvenire i nostri trattati ». Di tanta importanza era quello scritto.

  51. 1.129.1

    Serse ne ebbe allegrezza, e manda Artabazzo figliolo di Farnaco sulla costa con ordine di succedere nella satrapia di Dascilite, congedandone Megabate che prima la governava. Gl’ impose ancora ricapitasse sollecitamente a Pausania in Bizanzio la lettera di risposta ; gli mostrasse il suo sigillo e si adoperasse colla massima accuratezza e fedeltà secondo gli avvertimenti di Pausania concernenti gli affari suoi. Artabazzo al suo arrivo esegui gli ordini ricevuti, e spedi la lettera, ove era scritta questa risposta. Cosi replica il re Serse a Pausania. Non solamente per la gente che d’ oltre mare salva m’ hai rimandata da Bizanzio la tua beneficenza resterà eternamente scritta in seno di mia famiglia , ma ho ancora gradito le tue profferte. Nè notte nè giorno ti impedisca si che rallenti la premura di compiere alcuna delle promesse tue. Non sia di ostacolo spesa d’ oro o d’ argento , nè quantità di soldatesca ovunque possa abbisognarti. Ma d’ accordo col fido Artabazzo che ti ho spedito, tratta animosamente gli affari miei e tuoi, nel modo il più decoroso ed utile per tutt e due ».

  52. 1.130.1

    Pausania, che per essere stato comandante a Platea era avuto anche di prima appresso i Greci in grandissima estimazione, allora tanto più insuperbì , nè sapeva più vivere dentro ai termini delle costumanze spartane : anzi diportandosi fuori di Bizanzio vestiva alla foggia dei Medi, e viaggiando per la Tracia lo corteggiavano guardie di Medi ed Egiziani armati di asta. Si faceva imbandir la mensa alla persesca, nè più sapeva contenere le sue intenzioni : e nei fatti stessi di minor conto mostrava sino d’allora la grandezza dei suoi disegni che a suo tempo meditava di effettuare. Erasi resa cosa difficile avere accesso a lui , usando egli con tutti indistintamente maniere cosi strane che nissuno poteva comparirgli innanzi ; ciò che mosse sopra tutto gli alleati ad accostarsi a parte ateniese.

  53. 1.131.1

    Era ciò pervenuto a notizia dei Lacedemoni, e però lo richiamarono la prima volta. Ma da che, imbarcatosi la seconda volta senza loro ordine sulla nave Ermionide, ebbe fatto chiaramente conoscere tali essere le sue intenzioni ; e da che , astretto ad uscir di Bizanzio assediata dagli Ateniesi, non tornava altrimenti a Sparta , ed era giunta la nuova avere egli preso stanza a Colone città della Troade (ove si tratteneva per cagione non buona , ma per continovare le sue pratiche coi barbari), allora daddovero stimarono non essere più da tollerare : e gli efori spedirono un araldo colla scitala, intimandogli di non restare indietro all’ araldo stesso, altrimenti fin d’ allora gli Spartani gli dichiaravano guerra. Volendo egli divenir sospetto il meno poteva, e confidando di dissipare col denaro le imputazioni, tornò di nuovo a Sparta, ove fu messo in carcere dagli efori, i quali hanno facoltà di trattare così anche il re. Quindi finalmente uscito per via di maneggi, presentossi in giudizio per dar discarico di sè a chiunque volesse intentare accuse contro di lui.

  54. 1.132.1

    Tuttoché nè gli Spartani, nè i nemici di lui, nè la Repubblica intera avessero veruno indizio manifesto, sul quale fondati oou sicurezza potessero puuire un uomo di stirpe reale e tenuto allora in onoranza (perocché era egli, come cugino, tutore del re Plistarco ancor giovinetto figliolo di Leonida) nondimeno, col suo procedere discordante alle leggi, e col suo genio per le usanze dei barbari, faceva molto sospettare che neir ordine politico non volesse star contento ai termini dell’ uguaglianza. Per lo che riandando i fatti antecedenti, mettevano ad esamina tutte le altre sue operazioni in che si fosse dilungato alcun poco dalle costumanze stabilite , e principalmente che nel tripode di Delfo , primizia delle spoglie dei Medi, dedicato dai Greci al Nume, quasi fosse offerta tutta sua, aveva osato farvi scolpire questa inscrizione c Duce de'Greci, debellalo il Medo,Pausania a Febo questo voto officia.

  55. 1.132.2

    I Lacedemoni subito allora cassarono dal tripode quella inscrizione, e vi scolpirono tutte le citta nominatamente, che concorse ai danni del Medo avevano dedicato quel voto. Ciò pertanto era attribuito in delitto a Pausania : ma quando egli si trovò irt questo stato, allora anche più chiaramente conobbesi quel suo fatto essere stato in conformità de’ suoi presenti pensieri. Bucinavasi inoltre che egli avesse qualche segreto trattato con gli Iloti : e ciò era vero: conciossiacliè prometteva loro libertà e cittadinanza , se si unissero con lui a ribellare, e lo aiutassero a compire i suoi disegni. Gli Spartani, tutto che avvertiti di ciò da alcuni delatori degli Iloti , non vi prestarono fede, nè giudicarono di dover procedere contro di lui ; per mantenere così il costume praticato tra loro di non esser troppo corrivi a dare perentoria sentenza cóntro un cittadino di Sparta senza prove indubitabili. Se non che un tale di Argila , come è fama , già suo mignone e a lui fidatissimo , fu il delatore presso gli efori, all’ occasione che doveva recare ad Àrtabazzo l' ultima lettera di Pausania inviata al re. Intimorito costui in considerando niuno essere ritornalo dei messaggeri spediti di prima, contraffatto il sigillo per non essere scoperto caso che gli fallisse la sua credenza, e che Pausania , volendo cangiarvi qualche cosa, non se ne accorgesse ; apre la lettera, e conforme sospettava che qualche cosa fosse scritta intorno a sè, trovò dovere anche lui essere ucciso.

  56. 1.133.1

    Mostrò egli la lettera agli efori, i quali viepiù si confermarono nella loro sentenza. Tuttavia volendo eglino stessi udire qualche parola dalla bocca di Pausania, si accordarono con l’argiliese : il quale refùgiatosi supplichevole in Tenaro vi fece un casotto diviso in due da un tramezzo, e dietro a questo tramezzo nascose alcuni efori. Pausania vi andò a trovarlo e gli domandava , perchè si fosse ricovrato la supplichevole. Gli efori udivano tutto distintamente. L' argiliese rimproverava Pausania di ciò che aveva scritto intorno a lui nella lettera; dichiarava ordinatamente che negli altri suoi messaggi appresso al re si era sempre portato con fedeltà, e nondimeno aveva ottenuto da lui il bel premio di dovere essere ucciso , come aveva fatto di molti altri suoi servidori. Udirono ancora Pausania convenire di tutto ciò ; consigliare l' argiliese a non adirarsi per l' accaduto ; rassicurarlo affinchè si ritraesse dal luogo sacro, e pregarlo a partire speditamente per non frastornare le sue pratiche.

  57. 1.134.1

    Gli efori udito il tutto diligentemente e chiariti ormai con sicurezza , cercavano di arrestar Pausania in città. Dicesi che essendo per essere arrestato in istrada, ed avanzandosi un eforo incontro a lui , dall' aria del viso comprendesse a chè veniva ; e che avvertito con furtivo cenno da un altro eforo il quale lo amava, corresse alla volta del tempio di Minerva Calcieca , e vicino com' era il sacro recinto , prima d' esser giunto dagli efori, vi si ricovrasse. Per non patire incomodo stando allo scoperto, éntrò in una celletta appartenente al tempio , ed ivi si tratteneva. Quei che lo inseguivano non poterono per allora raggiungerlo : ma avendo osservato essere egli nella celletta e coltovelo dentro, ne tolsero il tetto e le imposte dell? uscio che rimurarono, ed ivi fermatisi lo assediarono colla fame. Poscia accortisi che così come si trovava nella celletta , era sul punto di esalar l' anima, lo traggono prima che spirasse fuori del luogo sacro, donde appena tolto morì. Volevano gettarlo nel Ceade} ove solevano gettarsi i malfattori, ma poi presero consiglio di sotterrarlo lì vicino. Appresso il Nume di Delfo ordinò ai Lacedemoni che lo dovessero seppellire nel luogo ove era morto : ed ora giace nel vestibulo del sacro recinto come può vedersi per l’epitaffio. Ordinò ancora che, siccome per quel fatto avevano commesso sacrilegio, così dovessero rendere alla Dea Calcieca due corpi in cambio di quel solo : infatti fecero essi due statue di bronzo e dedlcaroule alla Dea in compensazione di Pausania.

  58. 1.135.1

    Gli Ateniesi pertanto, avvegnaché il Nume stesso avesse giudicato quell’ azione un sacrilegio , rendevano la pariglia ai Lacedemoni, imponendo loro di purgare la contaminazione. Questi inviarono legati ad Atene accusando anche Temistocle come complice di Pausania nel favorire il Medo, secondo che avevano trovato per il processo ; affermando per ciò dovere anch' egli per ugual modo essere punito. Accomodaronsi gli Ateniesi alle loro richieste ; e poiché Temistocle, quantunque fosse stato cacciato per ostracismo, ed avesse preso stanza in Argo , pur nondimeno frequentava anche le altre parti del Peloponneso , spedirono d' accordo coi Lacedemoni gente pronta ad inseguirlo, commettendo loro lo riconducessero donde che lo trovassero.

  59. 1.136.1

    Pervenute tali pratiche a notizia di Temistocle fugge dal Peloponneso e cerca rifugio in Corfù di cui aveva meritato. Significarongli i Corfuotti che temevano, rieettandolo, di incorrere nella inimicizia dei Lacedemoni degli Ateniesi, e lo scortarono sino in terraferma rimpetto alla loro isola. Ed egli perseguitato da coloro che avevano la commissione di cosi fare ovunque udissero che fosse , e ridotto in grandissima dubitazione dell' animo , si trova costretto a cercar ricovero presso Admeto re dei Molossi , che non gli era punto amico, e che allora per avventura era assente. Laonde si fece a supplicare la moglie di lui, la quale lo avverte di assidersi presso agli dei lari tenendo in collo un suo bambino. Tornato poco dopo Admeto, Temistocle gli dà contezza di sè, e lo prega a considerare che sebbene ei lo avesse forse contrariato nelle dimande che in altri tempi faceva agli Ateniesi, pure non sarebbe del suo decoro prender vendetta d’un fuggiasco, nè offendere chi al presente era cotanto più debole di lui, laddove è proprio degli uomini generosi vendicarsi degli eguali con parità di forze. Quanto a sè, continuava , essersi opposto in qualche altro affare, non mai nel caso di salvar la vita ; mentre se egli ora lo consegnasse (e qui dichiarò perchè e da chi era perseguitato) lo priverebbe del modo di procacciar salvezza a sè medesimo. Admeto a queste parole lo fece alzare col bambino che , sedendo presso agli dei lari, tuttavia teneva in collo ; e questo fu modo efficacissimo di supplicare.

  60. 1.137.1

    Arrivarono poco dopo i messaggeri lacedemoni ed ateniesi, i quali con tutto che molto ne richiedessero Admeto , egli non consegnò loro Temistocle : anzi , sentendo che bramava di trasferirsi al re, lo fece accompagnare per la via di terra all’ altro lato del mare sino a Pidna città soggetta ad Alessandro. Ivi trovata una nave da carico pronta a far vela per la Ionia, imbarca ; e dalla tempesta fu spinto vicino al campo degli Ateniesi che era all’assedio di Nasso. Nessuno di quei che erano nella nave lo conosceva; ma costretto dal timore manifesta al piloto chi egli sia , e per qual cagione si trovi esule : ed aggiunge che, se non lo salvasse, direbbe agli Ateniesi lui medesimo essere quel che lo trafugava , corrotto per denaro ; nò vedere altra via di salvezza che vietar ad ognuno di sbarcare , sino a che il mare non si abbonacciasse per ripigliare il cammino : se ciò facesse, si sarebbe egli ricordato di lui conforme meritava. Il piloto acchetovvisi, e dopo aver resistito alla tempesta un giorno ed una notte , colla nave all’ ancora, sopra il campo degli Ateniesi, giunge finalmente ad Efeso : e da Temistocle fu presentato con denaro pervenutogli per mezzo dei suoi amici da Atene e da Argo , ove nascosamente lo aveva depositato. Avanzatosi poscia nell’ interno del paese con uno di quei persiani che abitavano le coste , scrive una lettera al re Artaserse figliolo di Serse poco fa succeduto al trono, in questo tenore, « Io Temistocle che più di tutti gli altri Greci apportai danni alla tua casa , tutto quel tempo che fui astretto a far fronte alle invasioni di tuo padre, ricorro ora a te. Nondimeno benefizii assai maggiori feci a lui, da che io cominciai ad essere in sicuro, ed egli in pericolo per la ritirata, e sono però creditore di benefizio ». Ciò diceva perchè lo aveva per tempo fatto consapevole che i Greci avevano risoluto di ritirarsi da Salamina, e perchè per opra sua, come ingannevolmente si attribuiva , non era stato disfatto il ponte, « Ora poi perseguitato dai Greci a cagione della tua amicizia, mi trovo qui avendo in mano di poterti moltissimo giovare. Ma voglio prima soprassedere un anno, e poi dichiararti in persona il motivo della mia venuta ».

  61. 1.138.1

    Il re, come si dice , si maravigliò del proponimento di lui, e gli permise di far cosi. Intanto nel tempo che si trattenne apprese quanto potè di lingua persiana e di costumanze del paese ; e passato l'anno presentossi al re , appo il quale fu grande e tenuto in tanto onore , quanto niun altro greco giammai, non solo per la dignità ond’ era innanzi fregiato , ma ancora per la speranza che in lui nutriva di soggettargli la Grecia , e soprattutto perchè mostravasi uomo di grande accorgimento. Aveva infatti Temistocle manifestato la forza del suo ingegno nel modo il più evidente , e perciò meritava di esser particolarmente ammirato sovra tutti. Conciossiachò col penetrativo intelletto che aveva sortito dalla natura , e non già corredato di anteriori studi o accresciuto da posteriori, discemeva ottimamente, dopo brevissima deliberazione, quel che di presente abbisognava , e benissimo congliietturava gli eventi nascosti nel più remoto avvenire. Destro nel condurre a buon fine gli affari che avesse tra mano , non era però inabile a dar giudizio soddisfacente anche su quelli dei quali non era perito ; e benché le cose fossero tuttora nella più oscura incertezza , antivedeva egli stupendamente il meglio e il peggio di quelle : e brevemente , egli fu senza dubbio per forza d’ingegno e per celerità di consiglio , l' uomo il più valente a dichiarare all’ improvviso ciò che meglio si confacesse alle varie occorrenze. Fini per malattia i suoi giorni. Avvi chi dice essersi col veleno procacciato spontaneamente la morte disperando potere adempiere le promesse aveva fatte al re. Del resto si vede tuttora il suo monumento nella piazza di Magnesia città dell'Asia ; conciossiachò egli governasse cotesta provincia ; avendogli il re dato per il pane Magnesia , che rendeva cinquanta talenti Tanno, per il vino Lampsaco tenuta allora per la provincia più abbondante di tal prodotto , e Miunte per il companatico. I parenti di lui dicono le sue ossa essere state trasportate in patria per comandamento di esso , e sepolte nell’Attica senza saputa degli Ateniesi ; avvegnaché non fosse permesso seppellirvelo perchè cacciatone per tradimento. Questo fine ebbero Pausania lacedemone e Temistocle ateniese, i più celebri capitani greci dei loro tempi.

  62. 1.139.1

    Tali furono gli ordini dati dai Lacedemoni colla prima loro ambasceria, e tali all5 incontro quelli ricevuti circa al purgare le contaminazioni. Andarono poi nuovamente ad Atene, richiedendo ritirassero l’esercito da Potidea, e rilasciassero Egina in libertà. Ma con maggior calore ed a più chiare note protestavano non insorgerebbe guerra se annullassero il decreto fatto contro i Megaresi, per cui questi venivano esclusi dai porti del dominio di Atene e dal mercato dell’Attica. Gli Ateniesi non gli obbedirono in nessuna delle altre cose, nè abolirono quel decreto; anzi accusavano i Megaresi di coltivare la terra sacra e non iscompartita dai termini di proprietà , e di ricettare i servi fuggitivi. Vennero finalmente da Sparta gli tdtimi legati Ramfio , Melesippo ed Agesandro ; i quali, senza parlar punto di ciò che solevano per l'innanzi, si ristrinsero a dire queste parole : « I Lacedemoni bramano la pace, e vi sarà purché voi lasciate i Greci nelle loro leggi ». Adunaronsi gli Ateniesi e proposero il partito tra loro soli, ove fu risoluto doversi dare la risposta, fatta una sola deliberazione che tutto comprendesse. Molti furono quelli che parlarono, ma non concorrevano in una medesima sentenza , opinando alcuni si facesse la guerra , altri si cassasse il decreto piuttostochè permettere che fosse d; impedimento alla pace. Allora fattosi avanti Pericle figliolo di Xantippo , personaggio il più ragguardevole di quel tempo tra gli Ateniesi, bellissimo dicitore ed il più esperto in trattar gli affari , propose i suoi avvertimenti in questi termini.

  63. 1.140.1

    « Ateniesi, io sono sempre fermo nel mio primo proposito di non cedere ai Peloponnesi. E benché io sappia che l'ardore concepito dall’ uomo all' invito di guerra, ei non lo mantiene ove si venga ai fatti, e che cangia pensiero secondo gli avvenimenti ; nulladimeno penso dovervi dare anche adesso consigli somiglianti e non punto differenti da quei d‘ allora. E prego quei tra voi che sicno per concorrere nella mia senteuza (poniamo pur ci toccasse qualche sinistro), a sostenere le risoluzioni prese io comune, e non appropriarsi il vanto di sagace accorgimento se l’esito sarà felice. Poiché pur troppo addiviene che i fortunevoli casi degli affari camminano per vie incomprensibili , egualmente che le cogitazioni degli uomini : il perchè siamo usati ad incolpar la fortuna per ogni strano accidente che ci sorprenda. Ma i Lacedemoni mostravansi chiaramente anche di prima rivolti ad insidiarci, ed ora più che mai. È detto negli accordi che, insorgendo qualche differenza, si renda e si offra scambievolmente ragione, e che da entrambi si ritengano i luoghi di che siamo in possesso : tuttavia essi non han voluto mai chieder ragione, nè esibita da noi accettarla. Vogliono che le querele si decidano colle armi piuttosto che coi ragionari ; e vengono qua^ oggimai non più facendo amichevoli rimostranze, ma comandando imperiosamente. Ci ordinano di ritiraroi da Potidea , lasciare libera Egina, cassare il decreto dei Megaresi ; e questi ultimi venuti ci aggiungono di rilasciar nelle loro leggi anche i Greci. Or nissuno di voi si faccia a credere di intraprender la guerra per cosa di piccol momento, se noi non aboliremo il decreto dei Megaresi. È questo un pretesto col quale vogliono principalmente aonestarsi , dicendo che tolto quello di mezzo non vi sarà guerra. Nè resti in voi ombra di rimorso , quasi che l' abbiate intrapresa per lieve oggetto : perchè su cotesto lieve oggetto è fondata la riprova sicura della fermezza dell’animo vostro. Se cederete a quei comandi, incontenente ne avrete dei maggiori, dandosi essi a credere che per timore obbedirete anche a questi j laddove persistendo nel vostro rifiuto , insegnerete ad essi procedere con voi più alla pari.

  64. 1.141.1

    « Pertanto deliberate (ino da questo momento o di obbedire prima di essere offesi, o volendo noi far guerra , come io credo il meglio , di tioti cedere a qualsivoglia costo , e diportarci da gente che sdegna ritenere il suo con paura. Imperciocché qualunque richiesta, piccola o grande che sia, intimata da un eguale in suono di comando, innanzi alla determinazione del giudizio , importa l’istesso che un vero servaggio. Che poi non saremo inferiori quanto alle cose pertinenti alla guerra e a tutti gli altri apparecchi onde siamo entrambi forniti, ne andrete convinti, dopò averne udito da me il ragguaglio particolare. I Peloponnesi lavorano da sé le loro terre, non hanno denaro né pubblico nè privato , né pratica di guerre diuturne e marittime, posciaché oppressi dall9 indigenza muovonsi solamente le armi contro loro stessi e per breve durata. Gente si fatta non possono spedire al di fuori nè navi armate nè soldatesche di terrà sostenute da nuove leve, perchè ad un medesimo tempo dovrebbero allontanarsi dai loro fondi, e spendere nondimeno del proprio , mentre sarebbero per noi anche esclusi dal mare. Or le ricchezze che s’abbiano in avanzo, meglio delle forzate contribuzioni sostengono le guerre : e la gente addetta alla coltivazione delle terre , è più pronta a guerreggiare colla persona che col denaro ; perchè quanto alla persona sperano di scampar dal rischio, ma nulla vi è che gli assicuri dal non consumare il denaro prima che cessi la guerra, specialmente se ella si prolunghi, come è verosimile , più che non credevano. Imperocché sono certamente i Peloponnesi con gli alleati in istato di resistere in una sola battaglia a tutti i Greci insieme ; non gih a stare in guerra contro chi abbia apparati e regole affatto diverse. Infatti non usa tra loro un solo corpo deliberante per eseguir sollecitamente ciò che richiede il momento, ma essendo tutti eguali nel diritto del suffragio, e divisi in varie popolazioni, ciascuno si studia per il proprio vantaggio j e quindi deriva che nulla si conduca a compimento.

  65. 1.141.2

    Vogliono alcuni al tutto vendetta d’un tale ; altri soffrire il minor danno possibile nelle loro terre ; sono lenti a radunarsi ; spendono pochissimo tempo a deliberar delle cose pubbliche, il più a brigarsi delle private ; e ciascuuo crede non esser per nuocere la sua trascuratezza , sperando che altri si darà cura di ciò che ad esso toccherebbe a prevedere : cosicché con questa opinione comune a tutti in particolare va in rovina , senza che alcuno se ne accorga, l’universa Repubblica.

  66. 1.142.1

    ce Con tutto ciò l' impedimento maggiore sarà per loro la penuria di denaro ; essendoché la difficoltà di procacciarlo deve portare indugio : ma le occasioni di guerra non vogliono indugi. Quanto poi ai battifolli o alle flotte loro , ciò non è da temere. Poiché se la edificazione di quelli riuscirebbe difficile anche in tempo di pace a città di potenza pari alla nostra , quanto più sarà malagevole in paese nemico , e mentre noi pure siamo non meno di loro afforzati ? E se pur faranno qualche propugnacolo, potranno danneggiare alcuna parte del nostro suolo col fare scorrerie e col ricettare disertori : ma ciò non basterà a circondarci di mura, ad impedirci di navigare contro il loro territorio, per prenderne vendetta colla flotta , in che siamo potenti. Conciossiaché giova più a noi l’esperienza di mare per combattere in terra , clic non a loro quella di terra per combattere in mare, potranno alla perizia delle guerre terrestri aggiugnere facilmente quella delle marittime ; giacché nè pur voi che sino dal tempo del Medo vi ci siete sperimentati, perveniste peranche alla perfezione. E come mai gente usata a coltivare il terreno, e senza cognizione di marina , e di più nell’ impossibilità di esercitarvisi, perchè sempre minacciata dalle nostre numerose flotte , come mai ? io dico , potrà riuscire a qualche dignitosa impresa ? Si arrischieranno forse contro poche navi che gli bloccassero, rendendo audace la loro imperizia colla moltitudine ? ebbene ; stretti da molte , dovranno ristarsi , cosicché non esercitandosi, saranno più imperiti e perciò più lenti. Or la perizia marittima è un mestiere come qualunque altro, nè può impararsi con accidentale esercizio o come per soprappiù , ma piuttosto nissun’ altra cosa può andarle congiunta come per appendice.

  67. 1.143.1

    « Se poi toccheranno il denaro d’Olimpia o di Delfo, e tenteranno di sviare da noi con maggior soldo i nostri marinari forestieri, sarebbe una vergogna che montando sulle navi noi stessi in un con gli stanziati in Atene, non fossimo da tanto per far loro fronte. Ma ciò siamo in grado di fare, e (che più di tutto rileva) abbiamo tra i nostri stessi cittadini piloti e ciurme più numerose ed esperte di quello che non ha tutto il rimanente di Grecia. Nè alcuno dei nostri soldati esterni vorrà (dovendo in ogni modo esporsi al pericolo) prendere le armi coi Peloponnesi per pochi giorni di maggior soldo, e trovarsi per ciò cacciato di patria e a combattere per essi, presso i quali sono più piccole le speranze. Tali appunto o pressappoco mi sembrano essere le cose dei Puloponnesi; laddove il nostro stato scevro dai difetti notati in essi, parmi avere altri vantaggi, grandi senza paragone. E se essi verranno contro il nostro territorio con eserciti terrestri, noi navigheremo contro il loro : nè il guasto di qualche parte del Peloponneso sarà allora da agguagliarsi a quello anche di tutta l’Attica. Imperocché i Peloponnesi senza combattere, non troveranno altre terre da prendere in cambio delle perdute, mentre noi molte ne abbiamo nelle isole , molte in terraferma. Gran vantaggio è l' impero del mare ; consideratelo da voi stessi. Ed infatti se noi fossimo isolani, chi più inespugnabile di noi ? Questo è adunque il momento di avvicinarsi il più possibile col pensiero allo stato di isolani, lasciare in abbandono la campagna colle sue case, contentandovi di tener guardato il mare e la città ; e senza adirarvi coi Peloponnesi per la perdila di quelle, non venire a battaglia con essi che sono in tanto maggior numero di voi. Perocché vincendo, ci troveremo di nuovo a combatterli non punto diminuiti di numero ; perdendo, si aggiugnerà per noi anche la perdita degli alleati , nerbo principale delle nostre forze : i quali al vederci ridotti inabili a marciar contro di loro, non istaranno pia all' obbedienza. Ah ! serbiamo i nostri pianti per le persone in vece che per le ville e per le campagne, avvegnaché non queste degli uomini, ma si bene gli uomini sono di quelle i possessori. Che s’io credessi che fosse seguito il mio consiglio , vi conforterei ad uscire a devastarle da voi stessi; e mostrare ai Peloponnesi, che per risparmiar quelle non avrete mai la viltà di obbedirli.

  68. 1.144.1

    c« Molte altre cose avrei a dirvi le quali ci affidano della vittoria, purché non cerchiate di aumentar P impero durante la guerra , nè vogliate sopraccaricarvi di volontari pericoli, giacché più degli stratagemmi del nemico io temo dei nostri sbagìi. Ma tali cose vi saranno da me dichiarate altra fiata , quando elle saranno appoggiate ai fatti. Per ora congediamo questi ambasciatori rispondendo — permetteremo ai Megaresi di frequentare il mercato e i porti nostri, solo che anche i Lacedemoni nel bando dei forestieri non comprendano né noi nè i nostri alleati, due punti che non hanno divieto nei capitoli. Lasceremo libere le città se libere le ritenevamo al tempo degli accordi, e purché anche i Lacedemoni concedano ad esse di governarsi conforme alle proprie leggi e secondo il piacimento di ciascuna, e non conforme al vantaggio di Sparta. Noi siamo pronti a render ragione per via giuridica secondo che è detto negli accordi : non saremo i primi a muovere la guerra, ma sapremo rispingere chi la incominci —. Tale è la risposta che richiede la giustizia ed il decoro della nostra Repubblica ; ma siate convinti che la guerra è inevitabile: che se la imprenderemo di buona voglia, troveremo i nemici meno ostinati : e che dai più grandi pericoli risultano alle città ed ai privati i più splendidi onori. E se i padri nostri, i quali resisterono al Medo mossisi con forze non cosi grandi, e dopo aver abbandonato ciò che avevano, per consiglio più che per fortuna, e per ardimento superiore alle loro forze, non solo ri spinsero il barbaro, ma ancora avanzarono lo stato a tanto alto segno ; noi non dobbiamo mostrarci da meno di loro, ma a qualunque patto resistere al nemico , ed adoprarci al possibile per non trasmettere ai posteri lo stato diminuito in nulla della sua grandezza ».

  69. 1.145.1

    Di tal forza fu l' arringa di Pericle ; e gli Ateniesi giudicarono ottimi i suoi consigli, confermarono col voto le sue proposizioni, risposero ai Lacedemoni giusta la sua sentenza, e come egli aveva suggerito intorno a ciascuna cosa. La somma fu : ch' ei non farebbero nulla in forza dei loro comandamenti, e che erano pronti a diffinire le imputazioni per via giuridica, salvo ogni uguaglianza secondo gli accordi. I Lacedemoni udito ciò tornarono alla patria ; nè altra ambasciata venne dipoi da Sparta.

  70. 1.146.1

    Queste furono da ambe le parti le rimostranze e le differenze insorte prima della guerra , appena seguiti i fatti di Epidamno e di Corfù. Nulladimeno pendenti quelle erano in commercio e praticavano scambievolmente senza il caduceo , non però senza sospizione ; imperocché le cose che accadevano in quel tempo altro non erano che turbamento d’accordi e materia di guerra.

  71. 2.1.1

    Di qui ornai incomincia là guerra degli Ateniesi e Peloponnesi, e dei loro scambievoli alleati, nel processo della quale non praticavano più tra loro senza il Caduceo ; ma intrapresa che l' ebbono, guerreggiavano continuamente. Ella è esposta, secondo l’ordine dei fatti accaduti, per estati e per inverni.

  72. 2.2.1

    La tregua dei trent9 anni, fatta dopo la presa di Eubea, dvea durato quattordici : ma nel decimoquinto, essendo Criside già da quarantott’ anni sacerdotessa in Argo, Enesio eforo in Sparta, e Pitodoro ancora per un bimestre arconte in Atene, sei mesi dopo la battaglia di Potidea, al cominciar della primavera poco più di trecento Tebani, guidati da Pitàngelo figliolo di Filida, e da Diemporo di Onetoride, ambidue Beotarchi, sul primo sonno entrarono armati in Platea della Beozia, città confederata con Atene, invitati da alcuni Plateesi che apersero loro le porte (ciò furono Nauclide e i suoi partigiani), i quali a procacciarsi potenza, volevano trucidare i cittadini della fazione contraria, e soggettare la città ai Tebani. La trama riuscì, favoreggiandoli Eurimaco figliolo di Leonziade, personaggio potentissimo in Tebe: perocché i Tebani, prevedendo insorgerebbe la guerra , innanzi che ella manifestamente scoppiasse, e mentre ancora durava la pace, bramavano preoccupare Platea città mai sempre loro nemica. Il perchè, non essendovi di prima posta guarnigione , agevolmente e non avvertiti vi entravano : e fermatisi armati nella piazza, non vollero, secondo che gli confortavano quci che li avevano introdotti, venir subito ai fatti ed investire le case dei nemici. Erano anzi di avviso di usare gride discrete, e piuttosto indurre ad amichevole accomodamento la città, stimando che per queste maniere ella si sarebbe più facilmente accostata alla loro parte. Promulgavano adunque per il banditore , che qualunque , conforme la patria usanza di tutti i Beozii, volesse entrar nella lega, prendesse le armi coi Tebani.

  73. 2.3.1

    Come i Plateesi sentirono essere i Teban» già dentro le mura, ed occupata improvvisamente la città, credettero vi fossero entrati in numero assai maggiore, perché essendo notte non li scorgevano : ed impauriti calarono agli accordi, accettarono le condizioni, e restarono tranquilli ; tanto più che i Tebani non facevano contro chicchessia stranezza veruna. Ma mentre ancora trattavano ciò, osservarono non esser molti i Tebani, e giudicarono facile la vittoria, assalendoli ; essendo che il popolo di Platea mal volentieri ribellavasi agli Ateniesi. Risolvettero adunque esser ciò da tentare ; e per tener colloquio tra loro sfondavano le pareti comuni delle case per non esser visti correr le strade, a traverso delle quali mettevano carri senza giumenti per servir di barricate, e accomodavano le altre cose come e dove credevano che sarebbe utile pel momento. Ordinato tutto il meglio potevano, si scagliarono dalle case sopra i Tebani, cogliendo il ponto

  74. 2.3.2

    Goode che era ancor notte, e propio in sull’ albeggiare, perchè temevano di trovarli più arditi in piena luce, e perchè e' non potessero oppor loro egual resistenza. Anzi rendendosi essi nella notte più formidabili per la pratica che avevano della città, speravano resterebbero i Tebani sopraffatti : però li assalirono immantinente e vennero tosto alle mani.

  75. 2.4.1

    I Tebani conosciuto lo sbaglio si ristrignevano tra loro, e respingevano gli assalitori dalla parte onde gli investissero. Due o tre vohe gli ributtarono; ma finalmente, serrandosi loro addosso i Plateesi con furia strepitosa, e ad un’ora stessa le donne e i servi tra gli schiamazzi e gli urlamenti percuotendoli dalle case con sassi e tegole, e di più caduta essendo nella notte dirotta pioggia , impaurirono; e voltata faccia fuggivano per la città tra il fango ed il buio (perchè la cosa accadde sul finir del mese) senza sapere i più ove scampare , ed incalzati da gente ben pratica da non lasciarli scapolare ; così che per la maggior parte erano trucidati. Un plateese serrò la porta onde erano entrati, la sola che fosse aperta, mettendo negli anelli per catenaccio la punta della lancia, talché neppure per quella potevano uscire. Perseguitati adunque per la città alcuni salirono sulle mura e si precipitarono fuori, morendovi i più ; alcuni con una scure prestata loro da una donna ruppero di soppiatto la sbarra di una porta abbandonata, e pochi ne uscirono perchè la cosa fu presto risaputa ; altri erano qua e là uccisi sparsamente per la città. Ma il maggior numero,e sopra tutto quelli che si erano ristretti insieme, si cacciano in un gran torrione delle mura, la ^ porta per avventura non era chiusa, credendo esser quel torrione una porta della città, e che sicuramente desse usata per fuori. I Plateesi vedendoveli incappati deliberavano, se così come si trovavano ve li avessero a bruciare dando fuoco al torrione, ovvero trattarli altramente. Finalmente costoro, e tutti gli altriTebani che restavano ancora vagando per la città, convennero co’ Plateesi di rendersi a discrezione, ponendo giù le armi. Così procederono le cose per quelli entrati in Platea.

  76. 2.5.1

    Gli altri Tebani poi che col corpo dell’esercito dovevano giugnervi prima che finisse la notte, caso che per gli entrati andasse qualche cosa in sinistro, udito per via l' accaduto ( già che Tebe è distante da Platea settanta stadi) si avanzavano per soccorrerli. Ma l’acqua caduta nella notte li rese più lenti nel cammino ; imperocché il fiume Asopo aveva menato gran corrente, ed era difficile guadarlo. Marciando pertanto con la pioggia, e passato il fiume a gran pena, arrivarono troppo tardi, quando già quei di dentro erano stati parte trucidati, parte fatti prigioni. Appena i Tebani riseppero ciò, pensarono di tendere agguati ai Plateesi che erano fuori di città ; conciossiachè , come suole intervenire in un disastro inaspettato ed accaduto duranti le tregue, la gente con le masserizie era sparsa alla campagna. Era anche loro intendimento , ove arrestassero qualcuno , di ritenerlo in iscambio dei loro rimasti prigioni in città, posto che alcuno sopravvivesse. Ciò andavano ravvolgendo nell’animo : ma i Plateesi, mentre che costoro stavano tuttora deliberando, vennero in sospetto di ciò che poteva accadere, e temendo per quei di fuori, spedirono un araldo ai Tebani , richiamandosi dell’ ingiuria fatta loro per aver tentato di occupar Platea in tempo di tregua, ed intimando non malmenassero le cose di fuori : altramente, soggiugnevano, ucciderebbono quei di loro gente che ritenevano vivi, dove, ritirandosi dal territorio, li restituirebbero. In questa guisa raccontano il fatto i Tebani, e dicono che i Plateesi vi aggiunsero il giuramento. I Plateesi, all’opposto , non convengono d’aver promesso di rendere addirittura i prigionieri, ma solo quando nell’abboccamento che doveva tenersi prima tra loro si fossero, in qualche modo, trovati d' accordo ; e negano d' avervi aggiunto il giuramento. Comunque sia, i Tebani si ritirarono dal ter» ritorio, senza averlo punto danneggiato. E i Plateesi, introdotto prima frettolosamente in città tutto ciò che era in campagna, ammazzarono subito i prigioni i quali erano cent’ottanta, tra questi Eurimaco con cui avevano condotto il maneggio quei che volevano tradir la patria.

  77. 2.6.1

    Fatto ciò mandarono avviso ad Atene, restituirono con salvocondotto i cadaveri ai Tebani, ed ordinarono lo stato della città nel modo il più acconcio alle cose presenti. Gli Ateniesi ragguagliati tostamente dei fatti di Platea y arrestarono subito quanti Beozi erano nell’Attica, e spedirono araldo ai Plateesi con ordine di dir loro che non facessero innovazione su quei Tebani che avevano prigionieri, prima che anche in Atene si fosse risoluto qualche cosa intorno ad essi. Ignoravano gli Ateniesi che i prigioni erano stati morti, essendo partito il primo nunzio in subentrar dei Tebani, ed il secondo appena ch' ei furono vinti e rinchiusi : laonde erano, interamente all’ oscuro dei fatti posteriori, e però avevano mandato quell’ araldo, che al suo arrivo trovò coloro già uccisi. Allora gli Ateniesi mandarono delle truppe a Platea, portaronvi vettovaglie , lasciaronvi presidio, e condussero via gli invalidi colle donne ed i bambini.

  78. 2.7.1

    Dopo questo fatto di Platea essendo manifestamente rotta la tregua , gli Ateniesi si preparavano alla guerra : preparavano co’ loro alleati anche i Lacedemoni, ed erano entrambi in su lo spedire ambasciate al re ed altrove ai barbari, donde che potesse sperarsi di trarre qualche soccorso, e si imivano con quelle città che erano fuori del loro dominio. I Lacedemoni, in aggiunta allo navi avevano nel Peloponneso, commettevano ai popoli die seguitavano la parte loro in Italia di costruirne un numero proporzionevole alla grandezza delle città, talché in tutte sommassero a cinquecento: di avere in pronto il denaro imposto , starsene dèi rimanente tranquilli, e non ricettare gli Ateniesi, salvo che con una sola nave, fino a che queste cose fossero tutte apparecchiate. Gli Ateniesi recavano a novero gli alleati che avevano ; ma erano principalmente intesi a spedire ambasciatori nei luoghi attorno al Peloponneso, cioè a Corfù, a Cefallene, agli Acamani, a Zacinto ; perchè vedevano che avendo amici cotesti luoghi , sosterrebbero certamente con superiorità la guerra nei contorni del Peloponneso.

  79. 2.8.1

    Grandi pensieri ravvolgevano entrambi nella mente,, e con tutto l’ardore si disponevano alla guerra : nè meraviglia; perchè tutti nel cominciamento delle cose hanno maggior veemenza. Era allora il tempo che la numerosa gioventù del Peloponneso e d’Atene di buona voglia intraprendeva la guerra, perchè di essa inesperta ; e tutto il rimanente di Grecia era in gran sollevazione dell’animo, in vedendo le due primarie Repubbliche venir tra loro a contesa. Molto si udiva parlare di risposte d’oracoli, molti presagi in versi cantavano gli indovini, sì nei luoghi oy’ era bramosia di guerra, sì negli altri. Senza di che poco innanzi a. questi avvenimenti fu scossa da terremoto Deio, che a memoria dei Greci non aveva mai per lo addietro sofferto ciò; e dicevasi e credevasi comunemente essere quello stato il segnale delle future calamità ; e qualunque cosa di simil fatta accadesse, tutto particolarmente si investigava. Ciò non pertanto la benevolenza dei popoli inchinava maggiormente ai Lacedemoni, tanto più ch’ei si spacciavano per liberatori della Grecia : e ciascuno in particolare e le città insieme , tutti travagliavansi ansiosamente per cooperare con esso loro con parole o con fatti, avvisando ognuno dover restare impediti gli affari là appunto, ove mancasse l’opera sua. A tal seguo ]a maggior parte avevano in odio gli Ateniesi ; desiderando alcuni d’esser liberati dal loro dominio, altri temendo di non esservi sottoposti. Con tale apparecchio e concitamento dell’animo erano in su le mosse.

  80. 2.9.1

    Or le due parti si misero in guerra avendo confederate queste città. Dei Lacedemoni erano alleati tutti i Peloponnesi dentro dell’ istmo, eccetto gli Argivi e gli Achei che erano in amiciria con entrambi : nondimeno gli Achei unirono poscia le loro armi con Sparta ; in principio solamente quei di Pailene , quindi tutti gli altri. Fuori del Peloponneso poi, i Megaresi, i Locrii, i Beozii, i Focesi, li Ambracioti, i Leucadii, gli Anattorii. Tra questi somministravano la flotta i Corintii, iMegaresi, i Sicìonii, i Pelleni, gli Elei, gli Ambracioti, i Leucadii ; la cavalleria i Beozii, i Focosi, i Locrii : le altre città davano la fanteria. Questi erano i confederati dei Lacedemoni. Degli Ateniesi lo erano i Chii, i Lesbii, i Plateesi, i Messemi di Naupatto, la maggior parte degli Acarnani, i Corfuotti, li Zacintii, ed altre molte città che tra tanti popoli erano loro tributarie ; la Caria marittima, i Dorii confinanti co’Cani, l’Ionia, l'Ellesponto, le città di Tracia , tutte l' isole che infra il Peloponneso e Creta guardano a levante , e tutte le altre Gcladi salvo Melo e Tera. Fra questi somministravano la flotta i Chii, i Lesbii ed i Corfuotti ; gli altri fanteria e denaro. Tale era da ambe le parti lo stato dell’ alleanza e l’apparecchio per la guerra.

  81. 2.10.1

    I Lacedemoni subito dopo i fatti di Platea mandarono in giro alle città alleate nel Peloponneso e fuori ordine, di allestir gente e provvisioni rispondenti ad una spedizione fuori del proprio paese, dovendosi portar la guerra nell’Attica. Quando poi al tempo prescritto ebbero tutto in pronto, i due terzi di ciascuna città si riunivano sull' istmo. E poiché fu congregato tutto l' esercito, Archidamo re dei Lacedemoni, generale di questa spedizione, convocati i capitani di tutte le citta, le persone di maggiore stato, e tutti quei che più meritavano d’inter« venire, prese a parlar cosi.

  82. 2.11.1

    « Valorosi Peloponnesi e confederati : quantunque anche i padri nostri abbiano fatto molte spedizioni sì dentro che fuori il Peloponneso, e tra noi i più attempati non sieno inesperti della guerra ; nondimeno sino ad ora non siamo mai usciti con apparecchio più grande. Considerate però che potentissima è la città , contro cui andiamo adesso noi in numero grandissimo e col fiore delle nostre truppe. Il perchè non abbiamo a mostrarci nè minori dei padri, nè della propria nostra reputazione : avvegnaché Grecia tutta per la nostra mossa è sollevata ed a noi dirizza l’animo suo, anelando, per odio verso gli Ateniesi, al felice riuscimento dei nostri disegni. Ma con tutto che sembri andar noi contro al nemico con esercito grandissimo, ed esservi gran sicurezza da credere che non oserà venire a battaglia con noi ; non vuoisi però marciare meno circospetti e preparati : anzi e capitano e soldato di ogni città si aspetti quanto a sè ad ogn’ ora il cimento ; conciossiachè incerte sono le cose della guerra, e gli assalti d’ordinario si fanno ad un tratto e col bollore delibammo. Sovente un esercito più piccolo ma circospetto ne rispinse con maggior vantaggio uno più numeroso, ma trascurante per disprezzo. In paese straniero debbono i soldati aver pieno l' animo di ardimento, ma tenersi pronti alla zuffa con cauto timore : cosi saranno più generosi nell' assalire il nemico, e meno pericolanti nel sostenerne l’impeto. Or noi non andiamo contro una città mancante di forze a segno da non resisterci, ma di tutto completamente fornita. Però , sebbene mentre che siamo tuttora lontani, gli Ateniesi non si sieno mossi , pur dobbiamo indubitatamente aspettarci che verranno a battaglia, quando ci veggano guastar le loro terre e distruggere i beni loro. Imperocché al vedersi sotto gli occhi una repentina insolita sciagura , ognun s’ accende di rabbia ; e quei che meno usano della riflessione » vengono ai fatti col più gran furore. Così più d’ogni altro è da credere che adopreranno gli Ateniesi, pei quali é puntiglio d’onore il comandare altrui, ed assaltare e devastare le terre degli altri, più presto che vedere il guasto delle loro. Persuasi adunque di far guerra a Repubblica sì potente, e di dovere, nell'alternar delle conseguenze, riscuoterne p^r noi e pei nostri maggiori riputazione del più gran rilievo f marciate per le vie che vi additino i vostri capitani, gelosi sovrattutto della buona ordinanza e cautela, e pronti agli ordini che riceviate : poiché il mostrare che in numeroso esercito una è la militar disciplina, si é ciò che maggiormente procaccia onore e sicurezza ».

  83. 2.12.1

    Archidamo ciò detto e sciolta l’adunanza, prima di tutto spedisce ad Atene Melesippo, cittadino spartano, figliolo di Diacrita , per tentare se gli Ateniesi, al vederli già in cammino, più facilmente cedessero in qualche cosa. Ma egli non fu ricevuto in Atene e molto meno in consiglio , essendo innanzi prevalsa l’opinione di Pericle, di non ammettere araldo nè ambasceria dei Lacedemoni, condotto che avessero l' esercito in campagna. Lo rimandano adunque prima di udirlo , intimandoli uscisse dai confini il giorno 6tesso ; e per l’avvenire i Lacedemoni, quando fossero rientrati nelle loro terre, mandassero pure le ambascerie che volevano : spediscono quindi gente con Melesippo ad accompagnarlo, affinchè non si abboccasse con alcuno. Giunto egli ai confini ed essendo presso a dipartirsi , proseguì la sua gita dette queste sole parole : « Questo medesimo giorno sarà principio ai Greci di grandi calamità ». AI suo ritorno, quando Archidamo ebbe inteso che gli Ateniesi non cederebbero in nulla, levò il campo, e s' avanzava coll' esercito verso il loro territorio. I Beo- ^ii, che uniti in questa spedizione davano ai Pelopotmesi parte dei loro fanti c cavalli, andarono col rimanente a Platea e saccheggiavano la campagna.

  84. 2.13.1

    Ma intanto che i Pelopoimesi si andavano adunando sull5 istmo ed erano in cammino , prima che assaltassero l’Attica, Pericle di Xantippo , uno dei dieci capitani ateniesi, persuaso che l’invasione sarebbe accaduta , venne in sospetto che Archidamo suo ospite lascerebbe intatte, c non gli guasterebbe le possessioni ; sia che volesse così gratificarlo di propria volontà ; sia che potesse ciò accadere pei conforti dei Lacedemoni che bramavano screditarlo, e che, mirando a lui, avevano intimato si purgasse la contaminazione. Laonde divulgò nell’ adunanza degli Ateniesi , essere Archidamo suo ospite, ma ciò non dover causare alcun detrimento alla Repubblica ; e se le sue terre e ville non fossero guastate dai nemici come quelle degli altri , ei I9 rilasciava in mano del popolo, acciò non vi fosse alcun argomento di sospetto contro di lui. Ed anche adesso li confortava come per l’innanzi a prepararsi alla guerra, a trasportare in città quel che era in campagna; non far sortite contro i nemici, ma ridursi in città e guardarla ; metterò compiutamente in ordine la flotta, loro forza principale, e tenere in pugno gli alleati. Dimostrava, su i tributi di questi esser fondata la loro potenza, e ordinariamente l’intelligenza e la copia del denaro procacciare superiorità in guerra : li esortava a rincorarsi, atteso che la città, senza contare le altre entrate, aveva d’ordinario la rendita di seicento talenti l’anno per tributo degli alleati , e vi restavano anche presentemente nella rocca seimila talenti d’argento coniato, essendo la maggior somma stata di novemila settecento, dai quali erano state levate le spese per gli antiporti della rocca, per altre fabbriche e per Potidea. Okre di che, di argento e d’oro non coniato, tra privati e pubblici voti, tra tutto il resto del va-

  85. 2.13.2

    Orìginal from sellarne per le sacre pompe e pei pubblici giuochi, e tra spoglie dei Medi e cose di simil fatta, non vi era meno di cinquecento talenti. Aggiungeva di più, le grandi ricchezze degli altri templi, delle quali si servirebbero ; e qualora fossero affatto impediti dall9 usar tutte queste, gli aurei ornamenti posti intorno al simulacro di Minerva stessa , il quale aveva il peso di quaranta talenti d’oro purgatissimo che tutto poteva spiccarsi ¿’attorno. Avvertiva nondimeno, che quantunque l' avrebbono impiegato per la pubblica salvezza , conveniva poi rimettervelo di peso non inferiore. Cosi li rincorava quanto al denaro. Per ciò che riguarda l' esercito, mostrava esservi tredicimila soldati di armatura grave, senza gli altri sedicimila delle guarnigioni e degli spaldi : tanti appunto, tolti dai più vecchi e dai più giovani con tutti gli inquilini armati alla grave , erano quelli che vi stavano di guardia sino da principio , quando i Lacedemoni erano per assaltare l’Attica. Imperciocché di trentacinque stadii erano le mura di Falera sino al recinto della città , del qual recinto la parte guernita è di quarantatrè , restando senza presidio la porzione che è di mezzo tra le mura faleree e le lunghe. Queste poi sino al Pireo erano di quaranta stadii, e tutte guardate dalla parte esterna. L'intero circuito del Pireo , compresovi Munichia , era di sessanta stadii, ma solo la metà guarnita. Di cavalleria poi mostrava esservi mille dugento , contando gli arcieri a cavallo ; seicento arcieri a piedi, è trecento triremi buone a navigare. Tale e non minore era l' apparecchio che di ciascuna cosa avevano gli Ateniesi, quando i Peloponnesi erano da prima per assaltar VAttica , e quando si misero in guerra. Altre dichiarazioni andava facendo Pericle al suo solito , tendenti tutte a dimostrare che in questa guerra sarebbono vincitori.

  86. 2.14.1

    Gli Ateniesi, udito che l'ebbero, seguirono il mio consiglio, e dalla campagna introducevano in città i bambini, le donne , le masserìzie di cui usavano in casa f e sino il legname delle case che demolivano ; e facevano passare nell’ Eubea e nelle isole circonvicine gli armenti e le bestie da soma. Fastidioso però riusciva loro lo sgombero, essendo i più avvezzi a vivere continuamente alla campagna.

  87. 2.15.1

    E tal costume , più che tra gli altri , praticava« sino da remotissima antichità tra gli Ateniesi. Imperocché , anche al tempo di Cecrope e dei primi regi sino a Teseo, ciascuna popolazione deH’Attica si reggeva da sé co' suoi tribunali ed arconti ; e, quando non v’ era di che temere f non si adunavano per le loro deliberazioni presso al re, ma ognuna aveva reggimento e consiglio particolare : anzi alcune talvolta ebbero persino guerra col re stesso, come gli Eleusini sostenuti da Eumolpo contro Eretteo. Ma venuto a regnar Teseo uomo di savio consiglio insieme e potente, oltre all’altre riforme fatte nell’Attica , abolì » consigli e le cariche di arconte dell’ altre popolazioni , t? riunì tutti in un sol corpo nella città presente , ove stabilì un sol consiglio ed un sol tribunale. E benché restasse ciascuno, come prima , abitatore e possessore dei propri fondi, obbligò tutti ad aver questa unica per città principale , la quale fu da Teseo lasciata a’suoi successori aumentata di molto, perché ornai tutti facevano con lei un solo comune. Però sin d’allora gli Ateniesi celebrano anche adesso la pubblica festa detta le Sinecie, in onore della Dea. Prima di questo tempo era città quel che ora è la rocca , o al più la porzione sotto questa che guarda mezzodì. Lo provano non solo i templi degli altri Dei che sono nella rocca , ma eziandio quelli al di fuori situati nella predetta parte della città , come quello di Giove Olimpico , di Apollo Pitio, della Terra , e quello delle Limne di Bacco, a cui onore si celebrano le feste baccanali più antiche, al dodicesimo del mese Antesterìone, come tuttora costumano gli Ioni stessi discendenti dagli Ateniesi. Quivi altre sì riseggono gli altri vetusti templi ; e per ciò appimto d appresso è la fontana di cui si servivano per gli usi più importanti , la quale dopo essere stata restaurata dai tiranni nel modo che or si vede, ha nome le Novebocche ; e prima , quando v' erano le sorgenti scoperte , si chiamava Calliroe. Da cotesti tempi lontani resta anche adesso il rito di far uso di quell’ acqua, prima delle cerimonie nuziali e per le altre sacre funzioni. Anzi appunto perchè ivi era anticamente il luogo abitato, anche in oggi la rocca si chiama dagli Ateniesi città.

  88. 2.16.1

    Gli Ateniesi adunque da lungo tempo praticavano insieme, abitando ciascuno colle proprie costumanze alla campagna, e per questa abitudine , anche dopo essere stati riuniti in un sol corpo di cittadinanza , i più , sì degli antichi che dei loro discendenti, sino al tempo di questa guerra, restati con tutta la famiglia ad abitare in campagna , non sapevano indursi a sgombrare : tanto più che di fresco, dopo il guasto dei Medi, avevano riordinato i loro fondi. Anzi erano afflitti, e di mal animo sopportavano il dovere abbandonare le abitazioni ed i templi, che per loro, a cagione dell’antico modo di governarsi, erano sempre i patrii: e trovandosi sul punto di cambiar tenore di vita, ciò per ognuno di loro altro non era che un lasciare la sua patria stessa.

  89. 2.17.1

    Pervenuti in Atene , pochi ebbero abitazioni proprie e ricovero a casa d’amici o parenti ; e la maggior parte prese stanza nei luoghi disabitati della città, ed in quelli consacrati agl’ Iddìi ed agli eroi (salvo la rocca e il tempio di Cerere , e quant’altro vi era di ben chiuso), e sin anche sotto la rocca , nel recinto chiamato Pelasgico, non solo imprecato ad abitare, ma eziandio interdetto per questa chiusa di un oracolo di Delfo :

  90. 2.17.2

    E meglio che Pelasgico sia vuoto. ciò non pertanto attesa la repentina necessità fu abitala E parrai esser l’oracolo riuscito in senso contrario di ciò che si aspettavano, perchè non avvennero le disgrazie alla città per averlo illecitamente abitato, ma fu di mestieri abitarlo a cagione della guerra ; senza nominar la quale aveva l’oracolo previsto che quel luogo sarebbe una volta abitato all’occasione di qualche sinistro. Molti ai acconciavano anche nelle torri delle mura e dovunque ognuno poteva , stante che concorsivi tutti insieme non potevano capire in città ; laonde alla fine si scompartirono per abitare le mura lunghe e gran parte del Pireo» Ma al tempo stesso volgevano l’animo alle cose di guerra , col radunare gli alleati, e fornire cento navi per andar contro al Peloponneso. Tali erano gli apparecchiamenti degli Ateniesi.

  91. 2.18.1

    Ma l9 esercito dei Peloponnesi proseguendo il cammino, arrivò primieramente sotto Enoa dell’Àttica, per dove volevano aprirsi, armata mano, la strada : e fatto alto si preparavano ad assaltare con macchine e con altre maniere le mura, onde era stata cinta Enoa situata sulla frontiera dell’Attica e della Beozia ; e di essa usavano gli Ateniesi come di un propugnacolo quando insorgesse la guerra. Disponevano adunque l’oppugnazione di quella terra , ma si trattennero qualche tempo senza prò intorno ad essa ; di che era principalmente accagionato Archidamo , che anche quando si trattava di riunirsi per la guerra si era mostrato poco sollecito e mal disposto a consigliarla , ed affezionato per gli Ateniesi. Inoltre, posciachè l’esercito si fu riunito, l’averlo trattenuto sull’ istmo ed il lento marciare nel resto del cammino , lo avevano messo in discredito. Ma soprattutto nocque alla reputazione d’Archidamo la fermata sotto Enoa: conciossiachè in questo stante gli Ateniesi introducevano in città le cose loro ; onde pareva che se i Peloponnesi, tolto di mezzo questo indugio, si fossero spinti innanzi sollecitamente, avrebbodo trovato tutto ancor fuori di città : tale era il inai talento dell' esercito contro Archidamo per questa sua fermata. Egli però soprassedeva aspettandosi, come si dice, die gli Ateniesi, essendo tuttora intatte le loro campagne, cederebbero in qualche cosa, mossi dal rincrescimento di vederle disertare,

  92. 2.19.1

    Ma poiché dato l’assalto ad Enoa e fattovi ogni prova non poterono espugnarla , e vedevano che gli Ateniesi non facevano proposizione veruna ; allora finalmente (ottanta giorni incirca dopo il fatto dei Tebani entrati in Platea), sotto la condotta del medesimo Archidamo figliolo di Zeusidamo re di Sparta, mossero il campo da Enoa, nel colmo dell’ estate, quando è già matura la messe, ed entrarono nell’Attica. Quivi accampatisi scorrevano pel territorio di Eieusi e per la pianura triasia , e fugarono una frotta di cavalli ateniesi nei contorni del luogo detto Reiti. Quindi si avanzarono per la Cecropia, avendo a destra il monte Egaleo , sino a che pervennero ad Acarne , luogo il più considerabile dell’Attica fra quei che si chiamano villate. Qui fecero alto, piantarono il campo, e vi restarono molto tempo guastando la campagna.

  93. 2.20.1

    Dicesi che Archidamo si fermò coll’ esercito in ordinanza intorno ad A carne , senza scendere in questa prima invasione alla pianura, con questo intendimento. Sperava egli che gli Ateniesi fiorenti per numerosa gioventù ed apparecchiamenti di guerra , quanto non mai per l'innanzi, gli sarehbono forse usciti incontro , non potendo patire di vedersi devastate le loro terre. Poiché adunque non gli erano venuti incontro ad Eieusi, né alla pianura triasia , voleva tentare con questa fermata intorno ad Acarne, se almeno allora si risolvessero a far sortita contro di lui. Oltre di che il luogo parevagli opportuno per porvi il campo , e faceva stima che gli Acarnei, parte considerevole della Repubblica ( poiché tremila di grave armatura erano dei loro ) non sarebbero indifferenti al guasto della loro campagna, ma avrebbero spinto tutti gli altri a combattere. Se poi in questa prima invasione gli Ateniesi non gli fossero usciti incontro, avrebbe allora più francamente corso la pianura e portato le armi fino sotto le mura di Atene stessa. Conciossiachè gli Acamei spogliati dei beni loro, non sarebbono ugualmente pronti ad incontrar pericoli per gli altrui, e gran discordia entrerebbe negli animi dei cittadini. Con questa intenzione Archidamo si tratteneva presso ad Acarne.

  94. 2.21.1

    Il soprassedere che faceva l’esercito nemico nei contorni d’Eieusi e nella pianura triasia, dava qualche appicco agli Ateniesi che non progredirebbe più oltre ; rammentandosi essi di Plistoanatte figliolo di Pausania , re dei Lacedemoni, che dopo aver assaltato l’Attica coll'esercito de’ Peloponnesi sino ad Eieusi e Tria, quattordici anni prima di questa guerra , era tornato indietro senza avanzarsi più innanzi ; ciò che causò il suo bando da Sparta , perché ebbe voce d’ essere stato indotto per denaro a ritirarsi. Ma poiché videro il nemico intorno ad Acarne, distante dalla città sessanta stadii, giudicavano non esser più da tollerare : ed avendo sotto gli occhi il guasto della campagna , cosa non più veduta nè dai più giovani nè dai più vecchi , fuorché nella guerra dei Medi , ciò parve loro , come è naturale, un orrore. Allora generalmente , e soprattutto la gioventù , pensavano doversi uscire contro il nemico e non starsi in trascuranza : il perchè ristrignendosi in brigate erano in gran contrasto, bramando alcuni la sortita , altri opponendosi. Gli indovini stessi cantavano oracoli d’ogni maniera , che ciascuno intendeva secondo l’inclinazione dell’ animo. Gli Acarnei che si credevano la non menoma parte della Repubblica ateniese , vedendo il guasto delle loro terre , più di tutti instavano per la sortita. Così la città era per ogni lato in sommossa, e tutti pieni di sdegno contro Pericle. Non più ricordavano i consigli dati dianzi da lui, lo avevano ora per un vigliacco , perchè, generale com' era , non li conduceva contro il nemico, e lo accagionavano di tutti i loro disastri.

  95. 2.22.1

    Pericle vedendo che adirati per il presente stato di cose discorrevano il peggio, ed avendo per giusta la sua determinazione di opporsi alla sortita, non più teneva adunanze popolari, nè alcun consiglio particolare, per paura che, riuniti per impeto furibondo più presto che per riflessione, non trascorressero a qualche sbaglio ; ma teneva guardie per la città, e vi manteneva a tutto potere la calma. Mandava fuori continovamente delle bande di cavalli, per impedire agli scorridori dell’ esercito nemico di gettarsi sulle campagne adiacenti alla città e scorrazzarle. Nei Frigii scaramucciarono una squadra di cavalli ateniesi uniti coi Tessali da una parte , e la cavalleria dei Beozii dall’altra : ove gli Ateniesi ed i Tessali non ebbero la peggio , finché , sopravvenuta a soccorso dei Beozii la milizia grave, furono messi in fuga. Pochi morirono dei Tessali e degli Ateniesi, che il giorno stesso ripresero senza salvocondotto i cadaveri dei loro ; e il dì seguente i Peloponnesi ersero trofeo. Gli Ateniesi avevano cotesto sussidio dei Tessali per antico trattato di alleanza, ed erano venuti a loro dalla Tessaglia i Larissei» i Farsalii, i Paralii, i Cranonii, i Pirasii, i Girtoni, i Ferei. Quei di Larissa avevano per capitano Polimede ed Aristenoo, ciascuno dei quali comandava la sua parte ; e Menone guidava i Farsalii : e parimente gli altri popoli avevano città per città i loro capitani.

  96. 2.23.1

    I Peloponnesi vedendo che gli Ateniesi non uscivano loro incontro, levato il campo da Acarne, saccheggiarono alcune altre villate infra il monte Parnete e Brilesso : e mentre tuttora si trattenevano nell’Attica, gli Ate niesi spedirono in giro al Peloponneso le cento navi, clie andavano preparando , entrovi mille soldati di grave armatura e quattrocento arcieri, sotto il comando di Carcino figliolo di Xenotimo, di Protea d’Epicle, e di Socrate di Antigene , i quali salparono con questo apparato , e costeggiavano il Peloponneso. I Peloponnesi rimasero nell’Attica sinché ebbero vettovaglia ; poi si ritirarono marciando per là Beozia, non dalla parte ove erano entrati. In passando da Oropo davano il guasto alla campagna chiamata Piraica, posseduta dagli Oropii vassalli degli Ateniesi ; giunti poi nel Peloponueso si separarono, per tornare ognuno alla propria casa.

  97. 2.24.1

    Dopo la loro ritirata gli Ateniesi, risoluti di guardar l’Attica per tutto il tempo della guerra, messero presidii dalla parte di terra e di mare. Determinarono poscia si levassero mille talenti dal denaro depositato nella rocca , si mettessero a parte, non si spendessero e si sostenesse la guerra solo col rimanente. Per chi parlasse o proponesse il partito di impiegar questa somma per qualsivoglia altr’ uso ( salvo che i nemici assaltassero la città con armata navale e bisognasse respignerli ), decretarono pena di morte. Oltre a questi mille talenti, sceglievano ogni anno le migliori triremi , sino a che sommassero a cento, ed i trierarchi di quelle : di nessuna delle quali volevano fosse lecito usare giammai eccetto che insieme con quei mille talenti, all’ occorrenza di ovviare al medesimo pericolo.

  98. 2.25.1

    Ma gli Ateniesi che colle cento navi erano attorno al Peloponneso, e con cinquanta i Corfuotti venuti a loro soccorso, più alcuni altri alleati di quei luoghi, oltre il guasto dato altrove scorrazzando quei dintorni, fecero scala a Metona della Làconia, e diedero l’assalto alle mura che erano deboli e con poca gente. Posciachè ciò pervenne a notizia di Brasida cittadino spartano, figliolo di Tellide, che per avventura era colla sua guarnigione m coleste vicinanze, andò con cento di grave armatura a soccorso di quella citta. Traversato di fuga il campo degli Ateniesi sparsi alla campagna e rivolti verso le mura, si getta in Metona, e sebbene nell’ entrare perdesse alcuno de9 suoi, pure salvò la città ; e per questa ardita prova fu in Sparta lodato il primo di tutti coloro che concorsero a questa guerra. Gli Ateniesi allora salparono di là, e procedendo marina marina presero terra a Fia dell9 Elide, saccheggiarono per due giorni la campagna, e vi sconfissero trecento di scelta milizia che dalla bassa Elide e da quelle vicinanze erano accorsi a difenderla. E nonostante che si levasse un vento gagliardo , e si trovassero cosi sorpresi dalla tempesta in quel luogo importuoso, la maggior parte risalirono sulle navi, e facevano il giro del promontorio chiamato Icti, sino al porto di Fia. In questo mezzo i Messemi ed alcuni altri, cui non venne fatto di montar sulle navi, presa la via di terra occupano Fia; e levati quindi dalle stesse navi che avevano fatto il giro del promontorio Icti si misero in mare, abbandonando Fia, a cui difesa era già sopravvenuto buon numero d FJei ; e continovando a rader la costa davano il guasto anche ad altri luoghi.

  99. 2.26.1

    Quasi al tempo stesso gli Ateniesi spedirono trenta navi a soccorso della Locride e ad un9 ora stessa a guardia dell9 Eubea, sotto il comando di Cleopompo figliolo di Clinia, il quale fatto più volte scala saccheggiò alcune terre marittime , espugnò Tronio d9 onde prese ostaggi, e ad Alope vinse in battaglia i Locresi che erano venuti a difenderla.

  100. 2.27.1

    In questa medesima estate gli Ateniesi cacciarono da Egina gli Eginesi coi fanciulli e le donne, incaricandoli d’essere stati la principal cagione di questa guerra. Senza di che pensavano che essendo Egina adiacente al Peloponneso la riterrebbero con maggior sicurezza, se vi manclasserò colonia dei loro cittadini, come infatti poco stante fecero. Laonde i Lacedemoni diedero ad abitare agli Eginesi Tirea col suo territorio, non tanto a cagione delle differenze avevano con gli Ateniesi, quanto perchè ne erano stati beneficati al tempo del terremoto e della ribellione degl7 Iloti. Il territorio di Tirea è conterminale del suolo argivo e laconico, e si stende sino al mare. Alcuni di coloro vi presero stanza , altri si sparsero pel rimanente della Grecia.

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